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Con i piedi per terra

Da Souto de Moura a Wang Shu, dalla ventosa città di Porto al lontano continente cinese la strada appare lunga. Invece no.
L’architetto cinese, neo laureatosi Nobel per l’architettura, improprio paragone giornalisticamente vincente ma del tutto fuorviante del Pritzker Architecture Prize, si impone a sorpresa sullo scenario internazionale con una strategia, speriamo davvero autentica, del “smarrire il proprio passato significa perdere il proprio futuro”. Dopo un radicale cambio di rotta riguardo le logiche di assegnazione del premio, verrebbe più da immaginarla come una vera e propria conversione sulla via di Damasco, considerando che a fine millennio si premiavano Piano, Foster , Koolhaas, Herzog & de Meuron, mentre dieci anni più tardi si premieranno Zumthor, Sejima & Nishizawa, Souto de Moura ed il nostro Wang Shu, bisognerebbe chiedersi cosa sia successo. Dalle archistars figlie dello ¥€$ system all’ architetto amateur cinese, passando per l’inarrivabile falegname svizzero, gli ultra minimal di SANAA, quasi eccessivo scrivere l’acronimo, ed il casalingo Souto de Moura (quando l’anno passato lo hanno chiamato per comunicargli del riconoscimento pensava fosse uno scherzo), il passaggio non è immediato.  
Sicuramente l’ingresso nella giuria del premio da parte del guru dell’architettura cilena Alejandro Aravena, presente in commissione a partire dal 2009, anno appunto della premiazione di Zumthor, avrà avuto il suo peso. Direttore dal 2006 di Elemental (http://www.elementalchile.cl), Aravena ha di certo caratterizzato il dibattito negli ultimi anni. Scrive Luca Astorri su Gizmo: “Discreto e pragmatico, il progetto -di Aravena- si sottrae al consumismo delle forme. Un’architettura concreta che tralascia il superfluo per ciò che è rilevante”. E’ un indizio. Ma c’è qualcosa di più.
Questo poker servito, 2009-2012, ricorda tanto il suono della campanella a fine ricreazione. E’ come se il premio più ambito stesse tracciando un solco al di là del quale convocare solo gli studenti più diligenti. Un viaggio-messaggio A/R + A/R Europa/Asia, ovvero Svizzera/Giappone e ancora Portogallo/Cina, che non lascia spazio a fraintendimenti, come dicevano i latini “repetita iuvant”. Ma sarà così? Questa sorta di “low profile”, politicamente corretto in tempo di crisi, è davvero la strategia che le grandi lobby culturali promuoveranno in futuro? Questo non lo possiamo sapere, ma è evidente, e le pagine di “The Architectural Review”, con la loro inchiesta di approfondimento “ THE BIG RETHINK, towards a complete architecture”[1], sembrano sottolinearlo, sia in atto un ripensamento , più o meno sentito, delle dinamiche critico-compositiveinternazionali. E’ come sempre il mercato a decidere. Dopo le fantasmagoriche vetrate high-tech e dopo i fantomatici boschi dentro casa della green architecture, forse si è arrivati ad individuare una strada maestra alternativa in questi tempi di magra globale.
Dicono che Wang Shu guiderà la Repubblica Popolare nel riappropriarsi di una smarrita confidenza con la sua tradizione, affermando finalmente una logica del “make” e non “made in China”, così come Souto de Moura preserverà la scala umana della scuola portoghese, una delle poche sopravissute in Europa, dai rischi di una omologazione stilistica avvilente. 
Il Pritzker prova a redimersi dai suoi peccati invocando un ritorno all’essere, alla qualità, al dettaglio.
Che sia la volta giusta?
Jacopo Costanzo


[1] Peter Buchanan, “The Big Rethink”, AR, 1379, (January 2012), pp.67-77

About Jacopo Costanzo

Jacopo Costanzo
Cofondatore di Polinice e del Warehouse of Architecture and Research_ warehousearchitecture.org

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