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In questo contributo Georges Bensoussan, che è uno tra i maggiori esperti mondiali sulla questione della Shoah oltre ad essere caporedattore della prestigiosa Revue d’historie de la Shoah, sostiene che l’antisemitismo è dovuto certamente, nel suo particolare sviluppo in Germania, ad una serie di condizioni sociali ed economiche determinate.

Il fondamento dell’antisemitismo

Voler discutere pubblicamente di antisemitismo, delle sue origini come del suo fondamento, crea immancabilmente un visibile disagio, di diversa natura, negli interlocutori.
Questo accade per due ordini di ragione; in primis perché è questione assai delicata.
In secondo luogo perché il regime democratico, vero responsabile del negazionismo con il suo tollerare in modo antiscientifico continue interpretazioni e ridefinizioni di fatti oggettivi, considera l’antisemitismo una questione fondamentalmente priva di problematicità; l’antisemitismo è il prodotto esclusivo di un regime totalitario determinato.
E’ questa una posizione confermabile da indagini storico-ideologiche?
Un’intervista, che si legge come un articolo, a Georges Bensoussan apparsa sulla rivista mensile francese Philosophie Magazine del mese scorso (numero speciale, pp.8-13) offre lo spunto per sviluppare delle brevi riflessioni in questa direzione. 

In questo contributo Georges Bensoussan, che è uno tra i maggiori esperti mondiali sulla questione della Shoah oltre ad essere caporedattore della prestigiosa Revue d’historie de la Shoah, sostiene che l’antisemitismo è dovuto certamente, nel suo particolare sviluppo in Germania, ad una serie di condizioni sociali ed economiche determinate.
Ma la radice dell’antisemitismo, la sua “teoria”, risiede in un processo di secolarizzazione di alcune figure della religione cristiana, in particolare protestante.
Bensoussan considera il fondamento dell’antisemitismo un fenomeno che si iscrive, al di là delle varie forme che può assumere relativamente a determinati contesti storico-sociali, in una più generale cristallizzazione mondana operata dall’uomo di contenuti cristiani (non necessariamente coerenti con la dottrina del Cristo storico), dove l’uomo stesso realizza in hoc mundo quel momento che per il dogma dovrebbe trascendere l’ambito di azione umana ed  il mondo.
Per fare un esempio- ma ce ne sarebbero molti altri- la figura del millenarismo, una volta secolarizzata, esercitò un effetto propulsivo, e non più sotterraneo e inconscio, per un antisemitismo cosciente ed attivo nei paesi protestanti.
Il millenarismo o chiliasmo è una tesi teologica di origine protestante che auspica l’avvento di Cristo e l’istaurare di un suo transitorio regno in terra, prima del grande Giudizio, riservato ai soli giusti (che sono naturalmente soltanto i cristiani tedeschi riformati) e destinato a durare mille anni; una sorta di ‘preselezione’ per la Redenzione finale.
Tramite la secolarizzazione ad adempiere il ruolo di un Cristo ormai dimentico è chiamato un semplice uomo, tis anthropos direbbero gli scolastici, e la Redenzione oltremondana diventa una liberazione, più o meno immediata, nel mondo sublunare.
La relazione tra determinato e determinante rimane immutata, cambiano i relata; ed è per questo che la secolarizzazione non produce nel volgo un effetto reattivo ma addirittura tramite la trasposizione una presa di coscienza dei contenuti ad esso immanenti.
E forse però la secolarizzazione, considerata come processo necessario, ha la sua funzione proprio in questo portare alla coscienza, mondanizzando, i veri contenuti che l’uomo stesso ha posto a fondamento di tesi che sembrano pertinenti soltanto in ambito oltreumano; se così fosse il cristianesimo, in tutte le sue declinazioni, rappresenterebbe a posteriori la linfa vitale dell’antisemitismo.
Considerare l’antisemitismo come un prodotto che ha come reagenti un determinato regime totalitario in un periodo di “tenebre della ragione” e delle semplici circostanze economico-sociali è errato.
Il suo fondamento riposa nel cristianesimo, in tutte le sue declinazioni, e con l’ambito di azione e comprensione dei contenuti dischiuso dalla secolarizzazione delle figure cristiane è divenuto più cosciente agli stessi cristiani.
Infine è molto istruttivo riportare la “genealogia” delle moderne democrazie europee dedotta da Bensoussan per comprendere che la posizione della storiografia democratica (quando non è quella negazionista) che considera l’origine dell’antisemitismo come ambito non problematico in realtà non è frutto di una povertà culturale ma è un espediente ideologico.
Poiché “il nazismo è paradossalmente divenuto, per mezzo della Shoah” l’atto di nascita dell’unione delle democrazie occidentali europee “che si basa sul suo [del nazismo] rifiuto”, cosa rischierebbero le democrazie occidentali se ammettessero che l’antisemitismo non ha la sua origine in un regime totalitario, sebbene lì abbia una delle sue realizzazioni storiche, bensì nel cristianesimo, e quello protestante in particolare, dal quale esse traggono, secolarizzati, i loro comportamenti economici e le loro politiche di mercato?
Coràr Radlov

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