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Le tracce degli atti

Quando l’altro si presenta come un bene nell’esperienza, sappiamo che è un bene diverso da qualunque altro. La reazione verso l’altro si situa tra il bisogno e il desiderio metafisico. Dov’è questo luogo originario nel quale nasce tale bene morale?
Quando realizziamo un valore morale o proviamo un senso di pace interiore, sperimentiamo il fatto che siamo soggetti dell’agire moralmente buono. Tale esperienza può essere frutto dell’incontro con il dovere. Ne è un esempio l’astenersi dal dire il falso in una situazione in cui risulterebbe conveniente.
Il dovere incondizionato è indipendente da ogni altro bene (essere lodato, la carriera, ecc.), lo faccio perché è giusto. Ma è giusto e buono perché è utile? O è buono perché ho la speranza che un giorno io venga ricompensato (come scrive Immanuel Kant)? Dove si colloca la qualità ‘buono’ o ‘cattivo’? Abbiamo l’inclinazione verso il bene? “Me la cavo con un salto mortale” come afferma Jacobi? 
L’utilitarismo, nei suo calcoli tecnologici, non tiene conto della drammaticità delle scelte morali, ciò che è buono e giusto non è spesso né utile né piacevole. Prendiamo ad esempio il sacrificio di un singolo soldato che si getti su una granata per salvare i suoi commilitoni. Cosa c’è di utile e di piacevole nell’affrontare il dolore e la morte? E si badi bene che una simile scelta prescinde dall’eventuale fede religiosa del soldato stesso. Insomma, ateo e credente realizzano il bene allo stesso modo!
Viceversa, un’etica secondo la quale vadano rispettate determinate leggi al mero scopo di evitare una punizione è disumana.
Nella maggior parte delle volte noi intuiamo cosa sia giusto o sbagliato, cogliendo intuitivamente l’accordo o il disaccordo con una legge morale. Sia Tommaso D’Aquino che Bonaventura da Bagnoregio definirono questa intuizione come sinderesi. Per il primo si tratta di un atteggiamento innato dell’intelletto pratico, che discerne il bene e il male, mentre per il secondo consiste in un’inclinazione volitiva e affettiva che muove il nostro agire.
Anche nel più bieco degli uomini, tale inclinazione seppur diminuita, non si spegnerà mai. Essa è espressione della legge naturale dei medievali: un tendere innato al compiere il bene ed evitare il male.
Ora, con naturale, noi intendiamo la natura in senso metafisico. Non naturalistico o biologico. Infatti, sempre San Tommaso osserva come il vivente cerchi di evitare il nulla e di mantenere se stesso in vita (nell’essere). 
Nessun atto può esimersi dal lasciare traccia nel nostro essere.
Un uomo diventa modello da seguire quando realizza certi valori: è gentile, giusto, generoso e via dicendo. Il bene stesso è ontologico: proprio perché siamo ‘essere’ piuttosto che ‘non-essere’ in noi c’è una scintilla di bontà.

Le nostre azioni si sedimentano nell’essere come sabbia in un fiume e ci modificano nella nostra umanità.

Come disse Dietrich von Hildenbrand: si vedono già dal viso e dai movimenti di una persona la sua bontà o la sua malvagità, perché il bene e gli atti cattivi lasciano traccia. Siamo fatti per il bene.

L’etica è ontologica.
Alessio Persichetti

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