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Una storia bizzarra

“Non pensava a nient’altro che alla colonna di Vendôme. La felicità del genere umano dipendeva dal fatto che quella colonna fosse tirata giù”.[1]
A parlare è Pierre-Auguste Renoir, l’anno è il 1871. Lo scetticismo è espresso nei confronti dell’illustre collega Gustave Courbet, il quale il 16 aprile dello stesso anno, entrato attivamente nella Comune, riuscì a far decretare l’abbattimento della colonna di Vendôme.
I poteri nel corso della storia si succedono più o meno rapidamente, e con loro cambiano le idee su come governare lo spazio e le arti. Non sempre si sarà clementi con i propri predecessori.
Nel nostro curioso paese ci troviamo a fare i conti con una “damnatio memoriae” fortunatamente incompiuta ma pur sempre profonda. La tournée della mostra “Fascismo Abbandonato” è transitata in Italia nel 2009-2010, prima a Pisa, al SMS Centro di Arte Contemporanea, poi alla British School di Roma. Il lavoro presentato dalla mostra è nato dal viaggio dell’artista Dan Dubowitz e l’architetto Patrick Duerden, con l’intento di scoprire e documentare lo stato di conservazione delle colonie costruite dal regime fascista tra gli anni ’20 e ’30. 
Scrive a riguardo Penny Lewis: “Gli edifici modernisti meglio riusciti furono costruiti dai Fascisti. Dal 1925 al 1940 Mussolini intraprese un programma di opere pubbliche decisamente creativo ed energico […] Da un lato il linguaggio architettonico delle colonie è internazionale, afferma la libertà delle linee pulite e delle forme dinamiche del primo futurismo e modernismo, dall’altro è nazionalista – in particolare quando allude alla potenza dell’Impero Romano.”[2]Parole, queste, che potrebbero far pensare ad un ottimo stato di conservazione. Ben diversa si dimostra la realtà dei fatti. Da Genova a Pisa, da Rimini a Varese, sono decine e decine le colonie abbandonate, in stato di assoluto degrado. E’ sempre la Lewis a suggerire una possibile interpretazione: “Nelle Colonie ci sono elementi che richiamano profondamente le regole e gli obblighi delle qualità fasciste al punto che è difficile separare l’architettura dalla politica. Dubowitz e Duerden avvertono la crescente preoccupazione di quegli italiani che, nel recupero delle colonie e di altri edifici fascisti, temono il possibile revisionismo storico.”[3] 
Siamo di fronte ad una storia bizzarra, ci hanno sempre insegnato che “il frutto non cade lontano dall’albero”; ebbene non sempre è così. L’inarrivabile fecondità di un ventennio architettonicamente straordinario si è manifestata durante un regime totalitario.
Lo stesso Duerden scrive: ”All’indomani della guerra, l’antifascismo fu inserito nella Costituzione Italiana del 1948, e ne rimane ancora il principio fondamentale; l’architettura fascista è stata pertanto rimossa da una società incapace di attribuirle un valore culturale […] Osservando l’architettura fascista dalla mia prospettiva esterna al contesto italiano, le  colonie abbandonate mi appaiono come una metafora di quello che il regime ha lasciato nella coscienza collettiva degli italiani: un’eredità complessa, pesante e dolorosa su cui riflettere ma troppo importante perché sia dimenticata. Il futuro delle colonie dipende dallo scioglimento di questo dilemma. Il fascismo non è stato consegnato alla Storia. Non può essere esorcizzato né cancellando i suoi monumenti né liquidandoli come patrimonio nazionale.”[4]
Un paradosso tutto italiano, che neanche il miglior Pirandello sarebbe stato in grado di sceneggiare. Spetterà alle nuove leve di studenti battersi per (ri)appropriarsi di un patrimonio a dir poco necessario per essere ancora ignorato, ricordando che è stata proprio questa netta cesura con la nostra tradizione architettonico-urbanistica una delle più gravi cause di quella crisi progettuale arrivata fino ai nostri giorni.
Dopo la caduta della Comune, le lastre di bronzo vengono recuperate e la colonna è ricostruita come la si vede oggi. Courbet è condannato a pagare i costi di ricostruzione ma muore prima della scadenza della prima rata.
Jacopo Costanzo


[1] Jean Renoir, Renoir, My Father, (trad. Inglese dell’originale Renoir, Hachette, Paris 1962), Collins, London 1962, p.125.
[2] Fascismo Abbandonato, catalogo della mostra (Roma, British School, maggio 2010), Dewi Lewis Publishing, p.3
[3] Ivi, p.3
[4] Ivi, p.5 e p.7

About Jacopo Costanzo

Jacopo Costanzo
Cofondatore di Polinice e del Warehouse of Architecture and Research_ warehousearchitecture.org

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