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Il vento gelido del profondo Nord: nuove prospettive ed investimenti nell’Artico

Il futuro dell’economia e della geopolitica secondo molti esperti è indirizzato nel profondo nord, in quella sterminata distesa di ghiacciai ed iceberg, chiamata Polo Nord. Favoriti dai cambiamenti climatici e dalla richiesta e produzione di petrolio e gas arrivata al massimo storico, compagnie petrolifere e Stati hanno iniziato nell’ultimo lustro la corsa alle risorse dell’Artico.

A dar conferma dell’immensa ricchezza dei mari del nord, è stata la United States Geological Survey che nel duemilaotto ha quantificato ciò in 90 miliardi di barili di petrolio e 50.000 miliardi di metri cubi di gas naturale oltre a 44 miliardi di barili di gas naturale liquido. Di fatto il petrolio corrisponderebbe al 13% delle riserve mondiali, mentre per quel che concerne il gas liquido si arriverebbe addirittura al 30% delle stesse.

Dai dati sopracitati è comprensibile la corsa delle major e degli stati a sedersi alla tavola che si spartirà questa immensa ricchezza. Ma per esserne inclusi bisogna essere membri del Consiglio Artico. Il Consiglio è composto da membri titolari ovvero gli stati litoranei (Canada, Russia, Stati Uniti, Norvegia, Finlandia, Svezia, Islanda e Danimarca) e, unico caso al mondo, dai sei gruppi indigeni del Nord.

Il Consiglio Artico rappresenta l’unico caso ove comunità indigene e Stati hanno la medesima importanza e parimenti voto decisionale. A questi vanno aggiunti gli osservatori, che a loro volta vengono divisi in permanenti (Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Polonia e Paesi Bassi) e quelli occasionali (tra cui l’Italia). Ma all’affare del secolo vogliono partecipare anche paesi geograficamente lontani dal nord artico. Essi sono le economie emerse o emergenti (Cina, Giappone, Brasile ed India) oppure organizzazioni transnazionali come l’Unione Europea.

E’ doveroso aggiungere che dal duemilaotto esiste un’organizzazione parallela denominata “Artic 5” composta da Canada, Danimarca/Groenlandia, Norvegia, Russia e Stati Uniti, il cui scopo è salvaguardare gli interessi geopolitici ed economici dei grandi dell’Artico, creando di fatto un elitè artica.

Se esiste un’ufficialità dell’A5 degli Stati, parallelamente ne esiste una privata e finanziaria composta dalle compagnie petrolifere: BP, Shell, ExxonMobil, Lukoil e ConocoPhillips. Alle quali si sono accostate l’italiana Eni e le russe Gazprom e Novatek. Tenendo ben a mente che le più grandi finanziatrici delle campagne presidenziali statunitensi sono le major sopracitate, è comprensibile la debole rassicurazione dell’attuale presidente Barack Obama all’appello lanciato da 573 membri della comunità scientifica circa la pericolosità delle operazioni di trivellazione.

Tali preoccupazioni sono giustificate dalla catastrofe della piattaforma Deepwater Horizon, nell’estate del 2010, nel Golfo del Messico, di cui la BP è stata colpevole. L’esplosione nel Golfo del Messico ha dimostrato che le tecnologie e le concrete metodologie di estrazione off-shore in mari profondi non sono del tutto sicure. A ciò va aggiunto che l’incidente della Deepwater Horizon avvenne a poche miglia dalle coste della prima potenza economica e geopolitica del mondo.

Nel diritto internazionale consuetudinario vige il principio secondo il quale colui che provoca una catastrofe, ripaga. La stessa catastrofe della piattaforma Deepwater Horizon è conferma, che proventi e potenzialità giustificano l’altissimo rischio.

Se il paese Italia è stato preso di mira in passato per la vita privata dell’ex premier e attualmente il Ministro degli Esteri è in difficoltà viste le recenti vicende di marò sequestrati e prigionieri uccisi, in fallimentari blitz poi tramutatisi in battaglie, le compagnie energetiche italiche si differenziano dalla poca considerazione internazionale.

Enel ed Eni da anni sono protagoniste con investimenti e ricerche scientifiche nell’Artico. Investimenti che come annunciato dal direttore della divisione internazionale di Enel, Carlo Tamburi, raggiungeranno entro il 2015 tra gli 850 e i 900 milioni di euro per lo sviluppo di progetti in Russia: «questo programma di sviluppo comprende l’avvio di due nuove turbine a ciclo combinato nelle centrali delle città di Nevinnomyssk e di Sredneouralsk».

In conclusione per questa inversione di rotta a Nord cito le parole di Laurence C. Smith, professore della University of California di Los Angeles (UCLA), che afferma «l’Artico è la nuova frontiera».

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

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Antonio Maria Napoli
Calcio, geopolitica ed economia. Qualche pillola di musica elettronica. Il mio concetto di perfezione è un libro di Paul Krugman o un romanzo di Dumas, con in sottofondo un remix di Frankie Knuckles o i Pink Floyd bevendo un bicchiere di Nikka.

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