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Agitator

Mantenendo una media di oltre quattro film all’anno da un paio di decadi a questa parte, Takashi Miike si è fatto un nome tra i cinefili di mezzo mondo come uno stravagante e quintessenzialmente giapponese regista di genere; la sua sterminata e non facilmente rintracciabile filmografia include episodi di tono e qualità estremamente variabile, con sbandate e oscillazioni tra serio e faceto (spesso mischiati con notevole nonchalance) che gli sono valse la reputazione di provocatore, pazzo scatenato, o “genio di merda” come lo ha recentemente definito il simpatico Federico Frusciante in uno dei suoi video.
Se questa sua reputazione di rappresentante del Giappone di Takeshi’s Castle e Katamari Damacy – magari con qualche spruzzata di violenza gratuita in più – dà conto di una parte innegabilmente importante del suo charme e della sua “poetica”, è anche vero che lo ha costretto in un ruolo di curiosità da festival decisamente riduttivo e da rivedere, perchè Miike è diverse cose ma sicuramente non un buontempone alla Tarantino.
I motori della stragrande maggioranza dei suoi film (o almeno di quelli che ho visto, che sono un paio di dozzine, nemmeno un terzo del totale) sono infatti una sessualità problematica, repressa e manifestata in maniere egualmente violente, nonché un senso dell’umorismo spietatamente lynchiano, spesso e insospettabilmente sottile nonostante la graficità esasperata di molte immagini classicamente miikiane, come il parto di Gozu o il “dimezzamento” di Ichi the Killer.
Il primo di questi aspetti, sfociante in una misoginia che è soprattutto terrore della donna (non penso sia un azzardo ipotizzare l’omosessualità del regista), mi fanno vedere in Miike un moderno Sam Fuller il cui spirito sopravvive nel suo collega giapponese molto più che nella miriade di pur talentuosi cineasti che ne hanno tessuto le lodi negli anni (gli Scorsese, i Godard). Certo, Fuller è sempre stato molto più plumbeo e poco incline alla stravaganza, ma la sensazione di tensione sottocutanea, di sottinteso sempre in agguato che permea i suoi film è la stessa che si può ritrovare nella maggior parte di quelli di Miike, e che, tanto per pisciare definitivamente fuori dal vaso, assocerei a quella, fortissima, che si trova nei romanzi di Yukio Mishima, altro frocio represso e incompreso, nonché eroe personale del sottoscritto.
Detto ciò ci sono tante buone ragioni per esplorare la filmografia di Miike-san per chiunque apprezzi un bel thriller scabroso, un film d’azione che non si vergogna di essere tale, una sana dose di demenzialità e chi più ne ha più ne metta; una palestra per cinefili insomma, ma anche un’ottima fonte per lo spettatore più casual in cerca di qualcosa di inusuale.

Filmografia consigliata

Fudoh: The New Generation (1996) > Miike purissimo, ambiguo e repellente ma in una confezione sin troppo facile da digerire.
Audition (1999) > probabilmente il suo film più famoso, non dico niente perchè è meglio vederlo a scatola chiusa.
Graveyard Of Honor (2002) > gangster movie à la Scarface. Film meno stavagante degli altri ma di intensità incomparabile. E’ un remake.
Gozu (2003) > ancora Yakuza, ma decisamente più allucinato e spiazzante. Consigliato agli ammiratori di Lynch.
Izo (2004) > il film più sperimentale e simbolico di Miike, aperto a interpretazioni varie ed eventuali, nonché violentissimo. Non per tutti probabilmente.

About Lorenzo Peri

Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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