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Il futuro è passato da qui

Nell’attuale momento di riflessione, può essere importante riconsiderare il contributo che l’architettura può dare alla società contemporanea.
In quanto disciplina dalla profonda vocazione sociale, sarebbe appropriato ridarle la dignità trafugata da anni di star system e dalle vanitose personificazioni alle quali ci siamo abituati. Analizzando gli esempi del passato, possiamo notare come il successo di un edificio sia spesso dato dalla sua durata nel tempo. Maggiore è la sua capacità di resistere negli anni alle trasformazioni e alle modifiche, più alto è il valore storico, sociale e simbolico acquisito. Negli ultimi anni questa semplice considerazione sembra sia stata cambiata o, perlomeno in parte, rivisitata.
L’architettura contemporanea è segnata da una spessa base di elementi diffusi e simili, e da alcune eccezioni significative. All’architetto di oggi si chiede di saper ideare un simbolo, un marchio che possa dare carattere alle città contemporanee, affette ormai da profonde crisi d’identità. L’edificio-monumento di oggi risponde a logiche proprie, spesso difficilmente comprensibili, giustificate dalla necessità di rendersi riconoscibili nello sfondo di una pubblicità o di apparire sotto forma di bella fotografia negli inserti culturali della domenica. Il rapporto tra edificio e tempo è divenuto secondario. Basteranno continui lifting e costose manutenzioni per rendere ciò che vediamo oggi simile a quello che vedremo domani. Il senso è ricercato nell’immagine stessa, non nel significato trasmesso.
E qualora quest’immagine non riuscisse più a comunicare, sarà prontamente sostituita con una ancora più luminosa e appariscente.
Forse dovremmo riflettere con più attenzione e capire che non sempre è stato così. Negli ideali di chi la pratica e la consuma, l’importanza dell’architettura risulta evidente, spesso necessaria per giungere a riflessioni più profonde. Attraverso di lei è stato possibile  contribuire alla crescita delle culture (più o meno locali) di ogni parte del mondo. Ma senza andare troppo lontano, la Roma di ottanta anni fa ci ha lasciato un esempio significativo: la Casa della Scherma di Luigi Moretti, uno dei capolavori del Movimento Razionalista Italiano. Pochi l’avranno notata, tra il caos del Foro Italico e le impalcature che la nascondono. Eppure, appena ultimata, fu considerato l’esempio più significativo dell’architettura moderna italiana, il punto di partenza per un cambiamento (o un ritorno) a un senso profondamente classico del fare architettura. La sua storia, sebbene eccezionale, rappresenta il destino comune a molte opere di quel periodo: nata come Casa Balilla Sperimentale, destinata ad essere la palestra delle eccellenze sportive e culturali, trovò giustificazione alle enormi spese di costruzione nella volontà di materializzare in un modello il pensiero totalitario del ventennio. Ma rimase in funzione per meno di dieci anni. Venne abbandonata subito dopo la guerra, utilizzata come deposito fino agli anni Ottanta quando divenne aula bunker per i processi al terrorismo, e successivamente caserma. Oggi giace, con tutta la tristezza che solo un relitto abbandonato può trasmettere, tra l’indifferenza del traffico che la fiancheggia e l’incuria di una cultura che ha voluto dimenticare quanto più possibile l’ideologia che l’aveva voluta.
Sono passati quasi ottanta anni da quando iniziarono i lavori di costruzione. Non sono molti, soprattutto se paragonati ai secoli di modelli che hanno saputo lasciarci esempi a cui chiedere insegnamenti e dai quali più volte abbiamo tratto nuove lezioni. Eppure sono bastati per convincerci che sia meglio affannarsi nella ricerca del significato di un’immagine, piuttosto che riflettere sull’importanza che il nostro passato prossimo può avere nella costruzione del futuro più vicino. 
Alessio Agresta

About Alessio Agresta

Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

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