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La variabile invariante; una concezione materialistica del concetto di bene

Tra i più grandi doni che Immanuel Kant ha elargito all’umanità è sicuramente da annoverarsi l’aver affrancato il potente intelletto umano da questioni che lo terrebbero occupato senza beneficio alcuno.
Esemplari pregiati di questioni inutili sono quella epistemologica del realismo, circa l’esistenza degli oggetti fisici ‘in sé’, e quella morale del bene, circa l’esistenza di un bene ‘in sé’.
Il suffisso ‘in sé’ si traduce in questo contesto con la seguente locuzione: “indipendentemente da come è fatta la natura umana”.
Che degli oggetti, morali come fisici, non esistano indipendentemente da come è fatta la natura umana non vuol dire che non esistano indipendentemente dall’uomo in quanto singolo individuo, perché in quest’ultimo caso si tratterebbe di bieco idealismo.
Per Kant ad esempio chiedersi se gli oggetti fisici esistano ‘in sé’, al di là di una quadrupla di numeri reali (direbbe un fisico moderno) o di semplici rilevamenti empirici adeguati (direbbe un naturalista), ossia dai nostri modi- in quanto esseri umani- di venirne a conoscenza, è questione priva di senso.
Eppure c’è chi, dopo duecento anni, si guadagna da vivere con prolusioni universitarie e pubblicazioni best-seller tentando di convincerci, a dire il vero maldestramente, che si tratti ancora di un problema stringente.  
Ancora più compassione si ha poi per chi ha l’incrollabile convinzione che esista un Bene ‘in sé’, quale gli scolastici chiamavano ‘universale’.
Per lo stesso Kant il comando della ragion pura pratica, l’imperativo categorico, che non è mezzo per la realizzazione di un Bene superiore, non si può interpretare come l’incarnazione in un individuo di un Bene ‘in sé’, che de facto non esiste; ciò che è infatti caratteristico dell’imperativo categorico è la forma e non il suo contenuto, forma che dipende da fatti di natura antropologica, ossia da come funziona la nostra mentenella misura in cui si erge a legislatrice.
Basterebbe quindi rileggere, o semplicemente leggere, Kant per risolvere la maggior parte degli pseudoproblemi che attanagliano i piccoli- presenti e futuri- intellettuali della nostra povera modernità e per rimettere al centro, con una rivoluzione copernicana, genuini problemi filosofici quale quello circa la natura umana; ciò che è veramente invariante nella storia da quando l’uomo, dopo complessi percorsi evolutivi, è diventato uomo.
Tuttavia, indipendentemente dai risultati di Kant, la tesi circa la presunta esistenza di Bene ‘in sé’  merita indagine peculiare.
Molte sono le contraddizioni nelle quali incorrerebbe chi sostenesse una tesi del genere; dovrebbe innanzitutto ritenere che esistano gli ‘universali’ in qualche Iperuranio o nelle mani di un qualche dio trascendente nonché un assurdo consensus universalis tacitus de bono atque malo tra le menti dei singoli individui- e l’unico modo per evitare l’assurdo consensus, quando non ci si voglia rivolgere ad una Rivelazione divina, sarebbe postulare l’esistenza di un nous poietikòs che non darebbe conto della singolarità della vita psichica individuale.  
In opposizione al ‘bene come universale’ si innalza un utilitarismo, più sobrio ma ugualmente ciclopico quando rimane semplice ‘teoria’ presupponendo implicitamente quell’insieme delle relazioni nella misura in cui sono relazioni produttive che rendono continuamente possibile la nostra esistenza (la prassi umana).
Tertium datur.Quale può essere un’alternativa alle concezioni ontologica ed utilitaristica del bene?
Il realismo ontologico del bene esige che il bene sia in ogni individuo ma nello stesso tempo indipendente da esso, precludendosi non soltanto la strada per l’oggettività che è sempre tra molti individui ma anche quella per spiegare la singolarità psichica degli individui.
Le concezioni dell’utile, in base alle quali la funzione d’utilità assegna un determinato valore, cambiano continuamente e dipendono da quelle forme che assume storicamente la prassi umana.
A questo stato di cose il bene sembrerebbe essere una variabile di un’invariante; un qualcosa di dipendente dai modi dell’autoproduzione della vita umana (prassi), ossia dal modo in cui l’uomo rende continuamente possibile la propria esistenza -che è il tratto peculiare della natura umana (l’invariante).
Ma anche un qualcosa di variabile, che dipende dalla forma storica relativa (lo stato dei mezzi di produzione) che assume di volta in volta la necessità della prassi. Poiché ogni uomo, in quanto uomo, partecipa della prassi, egli è cosciente dei contenuti della produzione e nella cooperazione la coscienza diventa comune, transindividuale.
Una simile concezione materialistica del concetto di bene preserverebbe così la singolarità dei singoli (delle menti) e l’oggettività (come transindividualità) del concetto, ciò per cui il realismo ontologico sembra maggiormente deficiente.
Coràr Radlov  

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