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Anche i russi piangono

La cinematografia sovietica “d’autore” ha spesso fama di aver prodotto film ermetici, densamente simbolici ma drammaticamente poco efficaci, complice a volte lo zampino di doppi fini propagandistici mal digeriti al di qua della cortina. Non mi interessa qui cercare di confermare o smentire questa concezione (e, francamente, non ne sarei in grado), ma voglio semplicemente portare all’attenzione dei miei amati e numerosissimi lettori un’accoppiata di film che porti uno spiraglio di sole in questo quadretto un po’ plumbeo. O anche no visto che sono entrambe storie di amore spezzato dalla morte, ma quello che intendevo è che sono film dall’emotività più comune di quella che si può trovare in Tarkovsky o Eisenstein (forse).
Le ombre degli avi dimenticati di Sergei Parajanov e Quando volano le cicogne di Mikhail Kalatozov hanno in comune, come abbiamo detto, delle giovani coppie separate prima da avversità apparentemente sormontabili – il cattivo sangue tra le loro famiglie, la guerra – e poi definitivamente spezzate dal cupo mietitore. Entrambi si concentrano sul dolore dei sopravvissuti e sono un mirabile esempio di sincretismo tra l’atteggiamento sperimentale di cui sopra e una vena genuinamente patetica che li può rendere più digeribili per un pubblico non necessariamente hardcore.

Le ombre è ambientato in un villaggio ucraino nel XIX secolo, ed è un calderone di suggestioni estremamente variegate. Da una parte il folklore locale, le foreste innevate, stregoneria e musica tradizionale; dall’altra le immagini religiose, cultuali e mistiche del cristianesimo orientale, tipiche del cinema di Parajanov e che contribuirono ad inguaiarlo non poco con le alte sfere del PCUS. Il tutto reso con una fotografia a colori sullo psichedelico andante che insieme a un amore per dei movimenti di camera bruschi e quasi primordiali rende il film un turbinante caleidoscopio di colori e forme, volti e corpi, dall’impatto sensoriale spesso devastante. La seconda parte del film che racconta il declino del povero Ivan è meno vertiginosa e mirabolante della prima, ma l’atmosfera atemporale e mitica del film e il suo ricchissimo immaginario restano ipnotizzanti per tutta la (del resto non notevole) durata del film.

Presentato invece a Cannes sette anni prima, nel 1957, Quando le cicogne si aggiudicò il primo premio della rassegna, grazie probabilmente al clima critico d’oltralpe all’epoca dominato dalla figura di Andre Bazin. Il film è infatti estremamente wellesiano, forse anche più wellesiano di Welles, che come è noto era uno dei pupilli di Bazin, e fa sfoggio di riprese di un’articolazione e un virtuosismo tecnico che hanno pochi eguali nella storia del cinema. La storia è ambientata sullo sfondo della grande guerra patriottica e pur schivando eccessi di ottusità fa spesso ricorso ai toni del nazionalismo, che del resto contribuiscono notevolmente al pathos del film, sfociando nella liberatoria sequenza finale. E’ un film tanto elaborato ed ardito nello stile registico quanto casereccio e diretto nel trattamento del soggetto, e il contrasto tra queste caratteristiche è sicuramente una parte importante del suo fascino.

Due film diversi dunque, ma se avete letto qualche mio articolo precedente già sapete che mi piace fare paragoni che non c’entrano un cazzo, per cui troppo bene v’è andata che spero possano rivelare un lato più umano rispetto a quello “intellettualista” e rarefatto di altri pur grandi cineasti sovietici.



Lorenzo Peri

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Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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