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Elvis: la prima truffa del rock n’ roll

<>. Ci penso spesso a questa frase attribuita a Sam Phillips, celebre fondatore della Sun Record, che, volle il caso, scoprì il giovanissimo talento di Elvis Presley. Era il 1954 quando gli Stati Uniti d’America conobbero una delle maggiori icone della storia della musica e della cultura pop. L’intuizione di Phillips si rivelerà subito vincente, il giovane Elvis è uno ‘shouter’ che apprezza la musica nera almeno quanto è legato alla musica country, e si muove sul palco come un animale rifacendosi proprio agli ‘scandalosi’ dinoccolamenti dei grandi cantanti neri (su tutti il precursore Bo Diddley). Non molto tempo dopo la RCA, fiutato l’affare, acquista il contratto da Philipps, e assegna alla giovane star  il terribile manager Tom Parker detto il “colonnello”, talent-scout senza scrupoli che sarà uno dei maggiori artefici del successo del giovane cantante, calcolando con inquietante precisione ogni mossa del suo assistito.
La pettinatura alla Elvis, le movenze ricercate, i singoli vincenti, tutto questo fu opera dell’intelligente Parker. Presley fa discutere e scandalizza l’opinione pubblica. Il successo è planetario. Non importa a nessuno che lui non sia autore di nessuna delle sue canzoni, se non vale neanche la metà di Chuck Berry. Non importa se non ha la voce carica e sconvolgente di Little Richard. Elvis è giovane, bello, (relativamente) rassicurante, ma soprattutto è bianco.
Nel giro di tre anni, grazie anche a una (orribile) carriera cinematografica , il gioco di prestigio è fatto. Nasce il mito. Elvis è personaggio di culto: le blues suede shoes, la giacca di pelle, la capigliatura, e le movenze entrano prepotentemente nell’immaginario collettivo. Nasce il primo forte scontro generazionale del XX secolo, i giovani adolescenti erigono a idolo liberatorio e irriverente il giovane di Tupelo da contrapporre ai genitori bigotti e reazionari.
Gli anni ’50 chiudono la miglior fase di Presley che negli anni ’60 comincerà un lento ma inesorabile declino. Il filone cinematografico divenne primario ed Elvis fu completamente fagocitato dal mondo del jet-set. Il ritorno alla musica arriverà solo nel 1968 con il celeberrimo ‘Comeback Special’ spettacolo televisivo in cui si consumò una delle migliori prove del cantante.
A questo evento seguirono tre dischi di enorme successo che tuttavia concentrano un repertorio composto per lo più da ballate melodiche di scarso valore (soprattutto se pensiamo al materiale di primissimo piano che usciva in quel periodo). Elvis (o Parker) negli anni ’70 mantiene in piedi il mito attraverso un’intensa attività live (rigorosamente negli Stati Uniti, Presley non farà mai un tour estero), una discografia abnorme e lo show televisivo di successo  “Elvis: Aloha from Haawai”.
Tuttavia sin dagli anni ‘60, il cantante che dominava le classifiche musicali e i botteghini cinematografici viveva il suo dramma personale. L’uomo cercò (o gli fu imposto) un isolamento sempre più totale e, attraverso una schiera di guardie del corpo e parassiti del mondo dell’intrattenimento, denominato “Memphis Mafia”, si alienò completamente nel suo mondo dorato.
La morte  nel 1977 fu una conseguenza inevitabile dell’abbandono e della solitudine in cui viveva il cantante, protetto dal suo circolo di ‘amici’ che in realtà erano interessanti a tenere in piedi il baraccone multimiliardario in cui vivevano.
Carnefice e vittima dello show-business, Elvis è la prima grande operazione mediatica del rock n’ roll. A 35 anni dalla sua morte è ancora adesso un’inquietante macchina da soldi, un simbolo immortale e una delle più tristi esistenze che il mondo dello spettacolo ricordi.

Luigi Costanzo

About Luigi Costanzo

Luigi Costanzo
Laureato in Lettere per hobby e per errore, fondatore di Polinice, collaboratore per Nerds Attack!, batterista di Departure ave. e The Wisdoom. Scrivo di musica, suono la musica, parlo di musica. Il resto del tempo mi annoio molto.

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