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Dioniso e la corona d’alloro: la lezione di I. Stravinskij[1].

Avvicinarsi all’arte, in qualunque forma, con un eccesso di dogmatismo è nocivo quanto farlo in sua totale assenza. E se il dogma vi turba avete probabilmente prestato troppa attenzione al dizionario e poca a voi stessi. Chiunque intenda fare della polemica deve, dunque, prima assicurarsi di credere fermamente in ciò che dice, valutare che i principi fondamentali da cui le proprie tesi germogliano gli siano cari (e chiari) come crede. Ecco, rinunciando alla possibilità di svolgere un’attività di critica o teoria dell’arte, farò della polemica. Chi ha scritto prima di me in questa sede ha ben evidenziato un disagio nei confronti di alcune correnti artistiche ed architettoniche contemporanee, ed è forse tempo di capire da cosa questo disagio derivi.
La parola arte deriva dalla radice ariana ar, che in sanscrito significa letteralmente “andare verso”, o, in senso traslato, “fare” e “produrre”, “adattare”. Risulta chiaro come l’arte non possa essere disgiunta dalla sua pratica costante, dal suo carattere produttivo. Un tramonto, una bufera od una discarica (nessuno ha intenzione di giudicare la sensibilità estetica altrui) possono suscitare in noi le medesime emozioni di un quadro di Botticelli o di E. Vedova, di un’architettura di Moneo, ma nessuno penserebbe ai primi tre come a delle opere d’arte. Quand’anche fosse vero (ma non vi preoccupate: non lo è) che chiunque sarebbe in grado, messo davanti ad una tela bianca e fornito di colori, di creare un Pollock, sarebbe comunque un fatto assolutamente privo di significato. L’arte acquisisce senso solo se frutto di una tensione creativa costante, accostata alla sua pratica metodica. Questo non vuol dire che non esistano opere più o meno ispirate o che chiunque pratichi una determinata disciplina per un lasso di tempo sufficiente possa definirsi artista, ovviamente. 
L’arte e l’architettura contemporanee che hanno acquisito celebrità sono caratterizzate da volontà sensazionalistiche e dalla totale mancanza di poiesis (ποίησις). Si pensi ad architetti come Zaha Hadid o Frank Gehry, il cui rapporto con le opere che portano la loro firma si limita alla produzione, spesso casuale, dell’idea concettuale. Sarebbe di grande interesse scientifico poter osservare il degrado neuronale che subirebbero se dovessero curare lo sviluppo dei propri concept, ma purtroppo non è possibile.
Tutta l’arte sensazionalista trova la propria forza nel principio del contrasto: attraverso l’affiancamento di entità opposte suscita in noi reazioni alternate di disagio, stupore, meraviglia. Qualcuno potrebbe obiettare che proprio questo è lo scopo dell’arte: agitare le nostre emozioni, muovere i nostri spiriti, e che questo genere di arte lo fa nella maniera più forte e rapida possibile. Eppure l’arte, quando troppo immediata, non è che una perturbazione temporanea. Mi spiego meglio: pensate alla Guernica di Picasso. Per chi di voi avesse avuto la fortuna di osservarla dal vivo ciò che sto per dire dovrebbe essere già chiaro, se così non fosse l’avete veduto dimenticando di guardarlo. Certamente l’impatto con l’opera di Picasso produce in noi oscure sensazioni e ci turba per la sua dimensione, per le sue tinte, perché sappiamo cosa rappresenta, eppure la comunicazione si completa solo quando ci fermiamo ad osservare le somiglianze nelle figure rappresentate. In altre parole: il contrasto comunica in maniera diretta, la somiglianza ci soddisfa solo con il tempo e un’osservazione più attenta. La comunicazione per contrasto è una maniera tanto rapida quanto superficiale e ci fa accedere solo ad un primo livello di comprensione dell’opera; la somiglianza, al contrario, ci costringe a penetrare più in profondità dentro ciò che osserviamo, dilata la dimensione temporale della fruizione e non si esaurisce.
Alle radici di questi primi due punti risiede quello che è il nodo principale della questione: la confusa relazione tra ordine e caos. Ecco alcuni stereotipi che ognuno di noi, talvolta in maniera consapevole, ha assorbito riguardo questi due concetti: il caos è rivoluzionario, l’ordine è reazionario; il caos è genio, l’ordine è mediocrità; il caos è libertà, l’ordine costrizione; il caos entusiasma, l’ordine annoia. Potrei continuare a lungo, ma non è necessario: sarebbe sciocco produrre un lungo elenco per poi affermare con forza che tutto ciò che è stato scritto è falso. Niente è stato più equivocato del rapporto tra ordine e caos, manipolato da soggetti mediocri per vendere se stessi a menti ancor meno brillanti. Il caos, privato di un ordine che lo regoli, è rivoluzionario nel senso letterale della parola: compie un moto rotatorio intorno al proprio asse per tornare al punto di partenza. Il rapporto tra dionisiaco ed apollineo nell’arte è sempre stato oggetto di grandi discussioni, eppure è semplice come appare: se il nostro spirito non ci portasse ad ordinare ciò che con potenza scaturisce dall’altra parte di esso, la pratica artistica si ridurrebbe allo sterile accumulo di sfoghi emotivi. Ciò non vuol dire che l’arte non possa riprodursi nel caos, anzi, è bene che lo faccia, purché sia un caos che porta, anche nascosto, un ordine ben preciso. Fare arte significa, all’essenza, mettere in ordine gli elementi che scegliamo. E qualcuno penserà che quanto detto inveri il terzo stereotipo citato: l’ordine è dunque costrizione. Eppure chiunque di voi si sia cimentato con costanza in una pratica artistica ragionata saprà che mai il panico ci assale come di fronte ad un foglio bianco. Ma se io vi disegnassi una linea, ecco che voi sapreste molto più chiaramente come ordinare i vostri elementi all’interno dei campi che ho creato. Potreste bollare questi ragionamenti come antiquati e passare oltre, ma stareste eludendo il problema. 
Nelle logiche di accumulazione di Eisenman è nascosto in realtà un ordine preciso? Esiste un secondo livello di lettura o è semplicemente ciò che vediamo? Se un’opera non si può penetrare a fondo è inutile persino guardarla: verreste a farmi visita nella mia casa se fosse solo una facciata?
Un’ultima cosa: quando vi apprestate a fare polemica e siete giovani e non particolarmente preparati, come chi scrive, assicuratevi che qualcuno abbia già detto ciò che pensate: vi aiuterà a capirlo meglio.
Matteo Baldissara

[1] Per un maggiore approfondimento riguardo i temi trattati nell’articolo: I. Stravinskij, Poetica della musica, Edizioni Curci, Milano, 2005

About Matteo Baldissara

Sono un giovane architetto, laureato presso l'Università degli studi di Roma - Sapienza nel Luglio del 2014. Attualmente frequento, presso lo stesso ateneo, il XXX ciclo del dottorato in composizione Teoria e Progetto. Dal 2014 collaboro con lo studio di progettazione WAR (Warehouse of Architecture and Research). Appassionato di letteratura ed arte, strizzo l'occhio al mondo della tecnologia, dalla programmazione alla grafica, e a quello del marketing.

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