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Un cervello in una vasca


A quanti di voi è mai capitato di trovarsi nell’incapacità di capire se foste addormentati, nel bel mezzo di un sogno o svegli, bloccati nel torpore del dormiveglia? Riformulo: quanti di voi, magari dopo aver bevuto una birra di troppo, hanno passato una di quelle orrende nottate in cui la distinzione tra sonno e veglia si fa assai poco nitida?
Di solito è il sole che filtra da una persiana chiusa male o l’irruzione di un genitore poco comprensivo a porre fine al problema.
Ora provate a immaginare che la vostra vita, nella sua interezza, sia un sogno, un’illusione. Ancora una volta, riformulo: immaginate che un dio malvagio si stia prendendo gioco di voi, o meglio ancora, che il vostro cervello sia in realtà contenuto non nella vostra bella testolina, ma in una vasca. Sì, in una vasca piena di un liquidino verdognolo che nutre il vostro cervello. Continuando con la nostra fantasiosa ipotesi, potremmo, a questo punto, immaginare che le terminazioni nervose dell’encefalo in questione siano collegate a un super computer. Con grande facilità quel super computer potrebbe illudervi di qualsiasi cosa. Un tramonto, un gelato, la fatica di un giornata di lavoro sarebbero mere illusioni.
Adesso qualcuno di voi potrebbe obiettare circa la sanità mentale di chi vi scrive (e, forse, non sarebbe da biasimare). Eppure l’esperimento mentale che vi ho proposto ha una sua serietà: venne formulato da una delle più grandi menti della seconda metà del ‘900, Hilary Putnam, ed ha ispirato la nota trilogia cinematografica di The Matrix.
Ora, una prospettiva simile, quella di non essere in grado di rendere ragione della realtà delle nostre esperienze, quella di essere costretti a vivere nel più radicale dei dubbi, è di certo una prospettiva angosciante.
Non è un caso se tanto il dubbio, quanto l’angoscia siano stati sentimenti che hanno dato il via alla riflessione di due dei più celebri filosofi di sempre: rispettivamente Cartesio e Heidegger.
Uscire dall’imbarazzo del dubbio, emanciparsi da un senso di opprimente angoscia sono condizioni basilari per garantire la libertà del nostro pensiero, per non lasciarci schiavi di un grigio, quanto banale scetticismo. Chi tra voi si diletta di filosofia, capirà subito quanto importante sia chiarire fin da subito che il nostro non è un cervello in una vasca.
Ma come fare?
La risposta di Putnam è illuminante: se il nostro cervello fosse davvero attaccato a un calcolatore, esso sarebbe prigioniero di un’illusione. Conseguentemente, il super computer sarebbe invece un oggetto che fa parte della realtà. Ma se il cervello si illude e il computer è reale, come potrebbe il cervello-illuso conoscere la realtà della sua illusione? Semplicemente non potrebbe! In altri termini, se il nostro cervello fosse collegato a una macchina, esso non potrebbe nemmeno immaginare l’ipotesi fantascientifica di Putnam.
Morale della favola? Non c’è una morale (odio le morali, o non hanno senso o ne hanno fin troppo, tanto da risultare scontate). Semmai una constatazione: la nostra libertà di pensiero è più reale che mai. Al contrario dei dogmi omologanti che non valgono un centesimo.
Giulio Valerio Sansone

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Giulio Valerio Sansone
Triennale in Filosofia a Roma, studente di Economia dell'Innovazione a Milano. Orgogliosamente parte della ciurma di Polinice dai suoi gloriosi albori. Vi fracassa le scatole un mercoledì ogni quattro.

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