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Se la fama non è "minimal"


«Come diceva Pasolini, la musica è la terza dimensione del film che è in grado di aumentarne la forza o distruggerlo. Mi piace la sfida di dovere aggiungere questa dimensione ad un prodotto che, per il resto, è compiuto in sé. I registi, in genere, intendono la colonna sonora come una serie di momenti separati, io, invece, cerco di contestualizzarli creando un filo conduttore».

                                                                                                                              Micheal Nyman
Musicista, musicologo, critico ed infine compositore, il fenomeno inglese Micheal Nyman fiorisce proprio in seno alla celebrazione dello spettacolare “Lezioni di piano” (The Piano) di Jane Campion, premiato della palma d’oro al 46° festival di Cannes e di tre oscar nell’anno successivo. È il trionfo della “minimal music”(termine peraltro coniato da Nyman stesso nel 1968 per definire quella corrente nata in America che dilagava ormai in Europa dai primi anni ’60), frasi elementari che si reggono su progressioni d’archi, ripetitività ossessiva e struggente, volontà di scrittura che è commistione della personale dimensione onirica dell’autore e dei fotogrammi della pellicola. È sorprendente come questo processo si possa avvertire nei fraseggi orchestrali, che sono cornice e scheletro del film stesso, la possibilità di riuscire a carpire qualcosa di più dalle immagini sullo schermo tramite la musica e viceversa, percepire la complessità dei soggetti che agiscono sulla scena provocando nello spettatore-ascoltatore non solo una banale reazione emotiva, ma qualcosa di più profondo, inconscio. E questo è forse anche frutto della poliedricità dell’autore, che nei venticinque anni precedenti la celebrità si è impadronito di ogni sfumatura della musica, cercandone le cause, descrivendone gli esiti, per poi non limitare mai il proprio ruolo di compositore cinematografico a mero accompagnatore e decoratore, ma a parte attiva e stimolante, restituendo così nuova dignità e coltezza ad una musica ormai colta solo nelle sue strutture formali.


Lorenzo Autorino

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