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Star-system e architettura da copertina

La sola creatività non può bastare: l’obiettivo strategico che si pone oggi l’architettura è l’innovazione tecnologica,  un processo attraverso il quale si tende a migliorare la qualità della vita dell’uomo. Il ruolo dell’architetto, considerato cardine tra l’arte e la scienza, è sempre stato al centro di grandi dibattiti poiché concilia due sfere della progettazione totalmente opposte e a lungo inconciliabili. Credo sia sorprendente la rapidità con la quale questo concetto stia cambiando, sviluppo tecnologico e arte riescono a collaborare per migliorare le nuove esigenze della progettazione.
Eppure questo cambiamento nel mondo dell’architettura coincide con lo sviluppo di un fenomeno che riguarda una nuova figura professionale: le archistar. Il sostantivo archistar sta ad indicare un “personaggio molto popolare”. Si tratta dunque di un architetto talmente famoso, da avere una percezione di sé pari a quella che hanno i divi dello spettacolo. Naturalmente con questo termine si designano figure di fama internazionale, pervase dalla presunzione di stupire il grande pubblico con le proprie proposte ardite e stupefacenti.
Sappiamo tutti che la vicenda di Bilbao, definita anche “effetto Bilbao“, vede protagonista una piccola città in assoluta decadenza industriale che ha risollevato le sue sorti affidandosi all’industria della cultura e dell’intrattenimento. Ha trasformato il proprio panorama facendo ricorso ai maggiori architetti, quali Frank Gehry, Norman Foster e Santiago Calatrava. Ci si reca a Bilbao per vedere il Guggenheim e non le opere che vi sono esposte. E così a Valencia, un progetto che ha rivoluzionato un’intera città: si visita la città delle Arti e della Scienza per ammirare le forme futuristiche del planetario o del museo. L’edificio diventa la mostra di se stesso, la principale attrazione.
L’attenzione delle amministrazioni e i loro budget si sono concentrati in maniera esclusiva sulle opere monumentali: musei, centri culturali, sale da concerto, auditorium ed impianti sportivi privati. Si realizzano unicamente edifici di cui la popolazione non ha bisogno, trascurando tutta l’edilizia residenziale o dei servizi: è l’architettura del superfluo. Gli architetti-star, dalla fama prestigiosa e dalla visibilità mondiale, sono ormai un ingrediente costante in tutte le politiche di sviluppo delle città. Il rischio che stanno correndo numerose capitali internazionali è proprio quello di volersi distinguere con l’intervento di un grande architetto, ma paradossalmente ciò può portare ad un’omologazione generale. I grandi centri urbani non solo producono spettacoli ed eventi , ma l’obiettivo è che diventino essi stessi uno spettacolo. Siamo ormai caduti nella tentazione di ricorrere ai “guru” dell’architettura, al genio creativo, per creare un marketing metropolitano su scala internazionale e, allo stesso tempo, si cerca un’idea capace di migliorare la qualità di interi quartieri.
Tuttavia non ritengo che una star dell’architettura possa realmente risollevare la condizione sociale, economica e culturale di una città. Per cambiare la condizione di un centro urbano è necessario uno studio approfondito delle esigenze e quindi dei requisiti di questo. L’architettura nelle città contemporanee sta diventando una vetrina, pura immagine di propaganda delle superarchitetture.
Le opere dei grandi architetti quali Meyer, Calatrava e ancora una volta Gehry, con le loro forme avveniristiche tendono ad evitare soluzioni riduttive, mirando a complesse sfide economiche, tecnologiche e culturali. I loro progetti sembrano raggiungere la massima possibilità riguardo le capacità stilistico-estetiche della tecnologia; tuttavia, tali strutture, non devono mai perdere di vista l’obbiettivo di funzionalità che si sono preposte.
Spesso, anche in Italia, le Archistar sono coinvolte nei processi di trasformazione urbana, la loro presenza non si limita ad un disegno architettonico dell’edificio, ma talvolta prosegue nell’ambito di strategie di rilancio o di ridefinizione dell’immagine complessiva di un brano di città. Prendendo un esempio vicino alla nostra realtà, la città di Venezia ha sempre avuto un rapporto conflittuale con i grandi architetti contemporanei. Dai tempi di F.L. Wright e Le Corbusier, che mai videro realizzati i loro progetti in laguna, ai più recenti Gehry e Calatrava. Basti citare il caso del quarto ponte sul Canal Grande, che era stato approvato non all’unanimità. Il progetto aveva infatti sollevato numerosi dubbi che si sono successivamente concretizzati: la tenuta delle rive, la mancanza della rampa per disabili, la spinta statica. Problemi che sono stati risolti in gran parte con onerosi costi aggiuntivi all’intervento. Ritengo fondamentale la coerenza con l’idea di città: i progetti dei grandi architetti non sempre sono riusciti a rispettare l’obiettivo che intendevano raggiungere.
E’ una grande delusione affermare che mai come in questo momento l’architettura sia lontana dall’interesse pubblico poiché non incide affatto sul miglioramento della vita dell’uomo. Deve cambiare il senso di architettura che si sta diffondendo e occorre eliminare l’attenzione dalle grandi firme e dalla “genialità” del singolo architetto. Dobbiamo tornare a parlare di urbanistica, di identità di un luogo e di come, eventualmente, modificarlo.
Rossana Pistoia

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