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Each time I try it’s the voice I hear

In molti sono stati affascinati l’anno scorso da The Tree Of Life, quinto lungometraggio di Terrence Malick, film di peso e ambizione notevoli, che pur avendo suscitato reazioni spesso discordanti è già sulla buona strada verso la consacrazione come classico moderno.
Meno persone hanno forse avuto il piacere di vedere Distant Voices, Still Lives (noto in Italia come Voci lontane… Sempre presenti) film del 1988 diretto da Terence Davies, regista britannico che oltre a condividere il nome e la scarsa prolificità col suo collega d’oltreoceano, ha apparentemente avuto una vita simile visto che l’autobiografico Voices racconta di una situazione familiare molto simile a quella vista in The Tree Of Life.
Ambientato a Liverpool negli anni del dopoguerra, il film è composto da una sequela di scene la cui consecutio temporum è poco chiara, e dipinge un affresco familiare in due fasi, separate dall’evento della morte del padre-padrone, interpretato da un grande Pete Postlethwaite, pace all’anima sua.
Lo stile anti-narrativo ed episodico della sceneggiatura ricorda quello del film di Malick, ma la regia molto più controllata e l’assenza di derive new age rendono l’andamento di DVSL più simile a una confessione che ad un incontrollato flusso di coscienza, e chi si era trovato spiazzato dall’intangibilità dei personaggi e dall’enigmaticità del simbolismo del film americano, troverà probabilmente degli appigli emotivi più saldi in quello inglese, che pur non raccontando in senso stretto una storia, cerca comunque di farci conoscere dei personaggi e darci una qualche comprensione di dinamiche molto private e delicate.
Grande protagonista di Distant Voices è anche la musica popolare, cantata dagli attori in molte scene ritraenti occasioni sociali più o meno gioviali, e che svolge un ruolo assolutamente preponderante nel tratteggiare gli stati emotivi del film, in maniera non dissimile da quanto accadrebbe in un musical, pur senza l’apparato coreografico di quest’ultimo genere.
Ho parlato prima di regia più controllata, e sicuramente se paragonato all’esuberanza stilistica dell’ultimo Malick il modus operandi di Davies potrebbe risultare scarno, ma la posata sacralità delle lunghe inquadrature che compongono il film risulta in fin dei conti molto più adatta a segnalare il precario equilibrio dei sentimenti che i protagonisti provano gli uni verso gli altri. The Tree Of Life è, per come la vedo io, un affascinante e inevitabilmente impenetrabile atto di auto-fellatio da parte del regista, e in questo senso è comprensibile che il film sia preda di umori anche molto diversi tra loro e si risolva in una sorta di allucinazione; Distant Voices, Still Lives, è molto più cauto, meno ambizioso e magmatico, ma è anche un film di un’intimità interpersonale (a differenza della intrapersonalità di TTOL) a tratti insostenibile, in cui la “vicenda”, pur complessa e dal notevole potenziale drammatico, non viene mai esposta in maniera ovvia, come sarebbe accaduto in un film dalla sensibilità più nazional-popolare, né sublimata e decostruita come avviene nell’opera visionaria di Malick.
Un’opera dunque che cammina sulla sottile linea che separa il poetico dal prosaico, mantenendo un equilibrio straordinario e sempre affascinante tra i due estremi di questa polarità, un film che consiglio caldamente.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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