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La forma del tempo

Spesso si pensa all’architettura in relazione allo spazio, non riflettendo che è sempre di uno spazio storico quello del quale si parla. Come afferma giustamente il filosofo Galimberti oggi non costruiamo più come costruivano gli antichi anche se continuiamo ad abitare come loro. E’ mutato il nostro modo di abitare e il mutamento è figura del tempo. Il tempo è infatti la prima architettura che l’uomo s’è dato per poter abitare.
Il tempo dell’architettura oggi ha subito una tale contrazione da diventare somma di tanti istanti discontinui l’uno dall’altro. Il tempo dell’architettura sembra ridotto a due fasi, quella del pensiero e quella dell’atto del costruire, tutto lo sforzo è concentrato su queste due azioni. Un edificio sopravvive però più del suo progettista e della società nel quale è nato.  Ciò che permane nel tempo non è tuttavia la funzione, elemento contingente e legato intrinsecamente alla società, è bensì la forma. L’architettura allora forse dovrebbe trasformarsi in scheletro, in background. Solo l’essenziale infatti permane nel tempo, il minimo termine dà la possibilità di aggiungere elementi o di toglierne senza che se ne perda l’essenza e il carattere identitario nel corso del tempo. Risponderà sempre alla società presente perché è durevole, flessibile e metamorfico.
Come allora un edificio può sopravvivere al tempo, inteso come intreccio di ragioni sociologiche, economiche, fisiche e naturali?
In migliaia di anni a livello biologico il corpo umano non ha subito profondi cambiamenti tali da far pensare ad un radicale mutamento dei suoi bisogni. Ciò significa che in fondo le esigenze abitative sono le medesime, ciò che cambia è il tempo dell’abitare, che si traduce in spazi di diversa dimensione tali da rispondere alle mutate necessità. Lo spazio dell’abitare è ancora oggi un rifugio, un luogo in cui sentirsi protetti, concepito a propria immagine e dimensione. Abbiamo dimenticato che è nostro diritto pretendere di vivere in uno spazio proporzionato al nostro corpo e alle sue esigenze. Luce naturale, aria e verde devono essere ancora le nostre priorità.
Se un’abitazione dovrebbe rispondere al passare del tempo in termini di flessibilità e durabilità, come fosse un involucro permeabile e plasmabile sulle esigenze della società, una costruzione a scopo pubblico deve sommare a queste medesime esigenze una nuova componente molto forte, l’identità. Nel corso della storia infatti, sebbene la questione dell’abitazione abbia rivestito un ruolo importante, è sull’opera pubblica che una società rispecchia il proprio essere nel tempo. Per questo motivo l’edificio pubblico, sforzo di un’intera comunità, in un certo qual modo, rispecchia lo spirito del suo tempo.
Tuttavia molti degli edifici contemporanei sembrano non essere destinati a durare nel tempo, perché troppo legati alla componente tecnologica, è il materiale che crea il progetto, non più il contrario.
Sostenibilità, a livello ecologico ed economico significa durabilità, è rispondere alle esigenze del presente senza escludere quelle future.
Credo che per un momento sia indispensabile fermarsi a riflettere. Per secoli la cultura del Mediterraneo ha dominato incontrastata nel mondo, pari forse solo a quella cinese, scrigno di millenaria tradizione. Sembra che il grado raggiunto dalla nostra civiltà nel passato, rappresenti non una ricchezza, bensì un pesante fardello. Dobbiamo recuperare un contatto quasi epidermico con la terra, con il mare e con quella luce che da sempre ha caratterizzato il nostro Paese.
Gli architetti portoghesi, dopo anni di regime e della sua austera e classicheggiante architettura, decisero di ripartire dalla terra. Hanno studiato, catalogato e recuperato i caratteri tradizionali popolari, il legame con il territorio, il bianco, la luce, il luccicare delle azulejos delle chiese. Li hanno riletti e sintetizzati in chiave moderna e contemporanea. Per un momento mi sono soffermata a pensare quali potessero essere quei caratteri architettonici che accomunassero e sintetizzassero l’Italia tutta … Gli elementi caratterizzanti di ogni Regione e ogni Città, erano talmente tanti e connessi al clima e al territorio dal quale provenivano che sarebbe stato forse impossibile cercare un punto di congiunzione. Ecco qual è la nostra forza, la nostra ricchezza. L’accettare che l’Italia non ha identità unica, ne ha tante e tutte egualmente valide perché nascono dalla terra di appartenenza e si sono radicate in essa.
Forse nella paura di identificarsi in una di esse troviamo ancora più difficoltà a raggiungere un obiettivo comune, un’immagine individuabile nel tempo e nella storia
E se l’architettura dopotutto sembra non poter ancora abbandonare il sistema trilitico, allora deve tornare a radicarsi alla terra, tornare a manifestare la propria presenza come forza, certezza, come guscio solido in un mondo liquido.
L’architettura è un atto sociale, è uno strumento indispensabile dell’uomo, non è fine a se stessa, né tantomeno autoreferenziale, è un contenitore comunicante, è lo specchio della società, incarna lo spirito del tempo presente ed è proiezione di quello futuro.
L’architettura traduce in spazio il tempo dell’uomo.
Francesca Cuppone

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