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I want to believe

In un interessante post di qualche tempo fa l’elusivo collega Radlov ha sostenuto la materiale determinazione del gusto da parte dei “mezzi di produzione e dal linguaggio sviluppato tra e per essi”, tesi che avevo lambito qualche anno fa studiando per un esame che non c’entrava niente e che aveva suscitato profondo sconcerto nel sottoscritto.
Si capisce come, per una persona che spende una larghissima fetta del proprio tempo libero nutrendo e (si spera) affinando il proprio gusto, l’idea di essere un burattino alla mercè della Storia (o, peggio, della biologia, come il professore dell’esame di cui sopra lasciava intendere) risulti alquanto scoraggiante, e se pure una grossa parte di questo sconforto deriva dall’effettiva difficoltà di confutare una tale constatazione, esistono alcune circostanze nel mondo contemporaneo che ci permettono forse di attenuare un verdetto che non sembrava scuotere l’aitante Còrar, ma che ha gettato quelli di noi dalla carnagione più smunta in una profonda crisi esistenziale.
La circostanza fondamentale, una, è che internet esiste e che dunque una delle più grosse barriere che hanno permesso di canalizzare il gusto, ossia la materiale disponibilità di produzione intellettuale varia ed eventuale, è pressochè completamente rimossa in molti ambiti, dalla musica, al cinema, alla letteratura, e attenuata in altri, come le arti figurative e plastiche.
Un’altra importante conseguenza della diffusione delle connessioni è che si è creato, nel panorama “critico”, uno strano e fruttifero corto-circuito tra ciò che è considerato di nicchia e ciò che è di più largo appeal. Il fastidioso e diffusissimo uso che si sta facendo recentemente del termine “hipster” è una spia di questo fatto, che soprattutto in ambito musicale sta creando un vasto strato di personalità con doppio passaporto “hip” e “square”, e sta rendendo obsolete le sottoculture giovanili intese come fiumi paralleli con magari qualche punto di incrocio, facendole di fatto confluire tutte in un grande mare.
Certo, i discorsi che sto facendo si applicano principalmente alla cultura pop, e sono sicuramente conseguenza, oltre che dell’impatto della rete, di una mercificazione consumistica sia della produzione che della fruizione di prodotti culturali che fino a non molto tempo fa non potevano nemmeno lontanamente aspirare a muovere le masse di denaro che muovono adesso; il punto, credo, è che al giorno d’oggi i tentativi di influenzare il gusto musicale, cinematografico, letterario e quant’altro di noi ricchi maschi bianchi ed eterosessuali, sono talmente tanti, di diversa provenienza, e con intenzioni così disparate, che si è creato un grosso cortocircuito in cui tutto è bello e tutto è brutto per motivi egualmente validi, e se da una parte continua ad essere facile lasciarsi trasportare dalle correnti di questo mare su percorsi familiari, è altrettanto facile mettersi a nuotare, costruire una barca o tornare a riva e passeggiare sulla spiaggia, in una maniera che anche solo ai nostri genitori non era permessa.
Ora, mi rendo conto che si potrà facilmente argomentare che anche ammettendo che la matassa sia più intricata non vuol dire che non la si possa, col tempo, districare, e non cercherò nemmeno per un minuto di nascondere la natura di difesa d’ufficio delle borse sotto agli occhi di questo post; ciò detto penso che il relativismo, se non è un fatto dimostrabile, dovrebbe quantomeno essere un’aspirazione, e se non posso avere quello vero, vorrà dire che mi accontenterò dell’illusione gentilmente fornitami dalla Fastweb S.p.A.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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