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Otis Redding: King of Soul


Otis Redding sta al soul come Dante sta alla lingua italiana. Otis fu una delle voci più influenti degli anni ’60 e, in un periodo in cui i cantanti neri proponevano un approccio musicale e scenico istrionico e animalesco, fu il primo a mostrarsi vulnerabile e dolente, riuscendo ad essere emozionante ed efficace sia nelle sue ballate che nei brani più grintosi. Redding, nato in Georgia (U.S.A.) lascia trasparire nella sua musica la fortissima influenza del gospel, che coltivò sin da piccolissimo presso la Chiesa Battista di Vineville. La svolta per un Redding appena ventenne avvenne durante una session di Johnny Jenkins dei The Shooters, band nella quale militò per due anni. Finite prima le registrazioni di Booker T.  & The M.G. ‘s il cantante ebbe l’occasione di registrare “This Arms of Mine”,  brano scritto dallo stesso Otis Redding, che vede al piano Jenkins e alla chitarra il grande Steve Cropper. Fu Jim Stewart della Stax Records a capire che il giovanissimo cantante poteva proporre qualcosa di nuovo nel panorama del “southern soul” e a metterlo definitivamente sotto contratto.


Otis e Cropper continuarono a collaborare per l’etichetta Stax/Volt, coautori di quasi tutti i brani registrati dall’artista. Il successo fu buono ma non fu straripante, i singoli di maggiore successo furono quelli che fanno parte del meraviglioso “Otis Blue”.  Fu in particolare la splendida ballata “I’ve Been Loving You too Long” (pezzo per il quale ci fu la partecipazione dell’orchestra sinfonica della RAI), scritta con Jerry Butler, a dare visibilità all’artista, raggiungendo il ventunesimo posto della Billboard Hot 100. Il pezzo fu anche ripreso dai Rolling Stones per il live “Got Live if You Want It!”, favore restituito da Otis con la cover di “Satisfaction”. La stima di cui godeva Otis Redding fra i suoi colleghi è dimostrata dall’invito che gli venne fatto per suonare al primo Monterey Pop Festival, festival prettamente rock che inaugurò la Summer of Love. Pochi mesi dopo, il 9 Dicembre 1967, Otis Redding e i suoi Bar-Kays muoiono in un incidente aereo, si salveranno solo il trombettista Ben Cauley, e il bassista James Alexander, che aveva preso un altro volo. Cosa avrebbe potuto fare Otis Redding se non fosse morto è uno dei tanti ‘se’  della musica leggera. C’è chi racconta di un Redding molto influenzato da Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles e da altri dischi rock,  benché questo percorso musicale fosse fortemente osteggiato dalla Stack Records. Tre giorni prima della sua morte, tuttavia, Otis Redding aveva lasciato al mondo il suo capolavoro, l’indelebile brano “(Sittin’ On) The Dock of the Bay”, che diventò la sua prima e l’ultima canzone a raggiungere la vetta della chart americane. L’omonimo LP, contenente una serie di singoli e b-side, divenne a sua volta il primo disco a raggiungere il top delle classifiche. La Atlantic Records riuscì a impadronirsi dell’intero catalogo Stax/Volt e fece uscire un’altra manciata di inediti,  che bastarono per dare alle stampe altri tre dischi: “The Immortal Otis Redding”, “Love Man” e “Tell the Truth”.

Il suo inconfondibile tremolo/vibrato , la sua influenza fondamentale all’interno della Stax Record, l’interesse nei confronti della musica a lui contemporanea fa di Otis Redding uno dei 3 “Kings of Soul” insieme a Sam Cooke e James Brown. Semplicemente una leggenda.


Luigi Costanzo 

About Luigi Costanzo

Luigi Costanzo
Laureato in Lettere per hobby e per errore, fondatore di Polinice, collaboratore per Nerds Attack!, batterista di Departure ave. e The Wisdoom. Scrivo di musica, suono la musica, parlo di musica. Il resto del tempo mi annoio molto.

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