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Travertino a New York

“Ciò espose l’architettura di Manhattan alle devastazioni provocate dall’idealismoeuropeo, così com’era successo per gli indiani con il morbillo”[1]
Rem Koolhaas conclude il suo brillante manifesto “Delirious New York” con un capitolo intitolato autopsia. In queste ultime pagine egli racconta come a partire dalla fine degli anni trenta il manhattismo stesse giungendo alla sua inevitabile estinzione, “ gli architetti d’ora in avanti non potranno più contare sui calcoli astratti degli uomini d’affari che rendono inevitabile l’impossibile. L’architettura del dopoguerra segna la vendetta dei ragionieri sui sogni prebellici degli affaristi.”[2]
Ritengo d’altra parte che proprio una serie di interventi per la città di New York realizzati a partire dal secondo dopo guerra fino alla fine degli anni sessanta sia di estremo interesse nonché di grande qualità architettonica. Sto parlando per esempio degli edifici X, Y e Z del Rockefeller Center, l’ultimo contributo di Wallace Harrison a Manhattan, ma ancor prima del Lincoln Center.
Il Lincoln Center ci si presenta oggi come uno straordinario brano cittadino assolutamente fuori scala. Fuori scala qui nel senso di proporzionato alle dimensioni, le necessità e le aspirazioni dei suoi fruitori. Infatti ci troviamo di fronte ad uno dei pochi casi in cui nell’isola di Manhattan la scala che comandi non sia quella dei titanici grattacieli, bensì quella dei centri storico-direzionali europei. Una sorta di comunione in spirito e calce tra il Campidoglio e l’EUR trapiantata a pochi passi da Central Park. Sarà proprio Wallace K. Harrison il redattore del master plan, oltre che il progettista di uno degli edifici, la Metropolitan Opera House. 
“La tensione emotiva derivante dall’ambiguità di Harrison si manifesta in modo più toccante nel suo progetto per il Lincoln Center. A prima vista sembra trattarsi di un trionfo del modernismo monumentale. Ma a un esame più accurato può essere inteso come il riemergere e il realizzarsi retroattivo di uno dei primi progetti per il pianterreno del Rockefeller Center, quell’“oceano di poltrone di velluto rosso grande quanto tre isolati, migliaia di metri quadrati di palcoscenico e di quinte” ridotto infine alle dimensioni del Radio City Music Hall.”[3]
Il suo metodo di indagine paranoico-critico, di eredità surrealista, non induce certo Koolhaas a definire chiaramente i riferimenti e le ambizioni del Lincoln Center. Si potrebbe tentare di offrire un’alternativa, forse meno originale ma di certo più comprensibile, nell’esegesi di quest’opera.
Situato tra la west 62nd e la west 66th Streets e le Columbus ed Amsterdam Avenues, il Lincoln Center for the Perfoming Arts, è stato realizzato tra il 1962 ed il 1968. 
Max Abramovitz– Avery Fisher Hall, Pietro Belluschi – The Juilliard School,  Gordon Bunshaft, Skidmore, Owings & Merrill – The New York Public Library for the Performing Arts, Wallace Harrison – Master plan & Metropolitan Opera House, Philip Johnson – New York State Theater, Eero Saarinen– Vivian Beaumont Theater, questi gli artefici del complesso, ai quali si può di diritto ascrivere Diller Scofidio + Renfro (oggi probabilmente lo studio più in forma degli interi States) in collaborazione con FxFowle Architects, per l’ampliamento della Juilliard School, datato 2009.
E’ sicuramente da Columbus Avenue, accesso principale della cittadella, che si registra il colpo d’occhio più suggestivo e straniante, una visione passata ed anticipatrice, una piazza rialzata su di un basamento monumentale, isola gli edifici, rigorosamente in travertino, dalla congestione stradale. Qualcosa però non torna, perché questo colto revival? Ed ecco che tutto si risolve con una figura chiave, quella di Philip Johnson. Lui che aveva raccontato per primo oltre oceano l’architettura moderna, tradotta come International Style, lui che dopo qualche anno progetterà il capolavoro inarrivabile del postmodern, l’ AT&T Building (oggi Sony Building). Nel Lincoln Center Johnson costruirà il New York State Theater, opera cardine dell’intero piano.
E’ quindi proprio in questo Campidoglio a stelle e strisce che modern e postmodern si passano il testimone e si fissano ancora per un istante prima che la storia e tutti i suoi attori li separino per sempre.
Questo poteva essere il finale più romantico e stilisticamente convincente, ma sappiamo che gli architetti hanno bisogno di prove materiali, di disegni che spieghino la realtà dei fatti. Allora vi fornisco la mia intuizione conclusiva, che di certo non è la prima, ma che forse viene qui documentata con un particolare aggiuntivo ai più sconosciuto.  Il Lincoln Center è discendente diretto dell’Eur, perché Johnson, come molti sanno, amava gli edifici dell’E42. In questo caso però si è andati oltre, qui si è monumentalizzato il dettaglio costruttivo rapito in terra italica. Infatti chi conosce il Palazzo dei Congressi di Adalberto Libera, non può non aver apprezzato la teoria di pilastri metallici in ferro che sorreggono la parete vetrata nell’ingresso est dell’edificio. E bene, questo medesimo pilastro è riproposto, monumentalizzato e rivestito di travertino, come il cattivo gusto americano ci insegna, nell’Avery Fischer Hall di Max Abramovitz.[4]
“God is in the detail”.
Jacopo Costanzo 


[1] Rem Koolhaas, Delirious New York, Electa, p.265
[2] Ivi, p.265 e p.266
[3] Ivi, p.267
[4] La constatazione di quanto scritto è stata possibile dopo una visita diretta ad entrambe le opere. In particolar modo a seguito di un pomeriggio passato a disegnare i dettagli del Lincoln Center nella primavera del 2011, coadiuvato dai miei amici Antonio e Luca, dalla loro pazienza soprattutto.

About Jacopo Costanzo

Cofondatore di Polinice e del Warehouse of Architecture and Research [ studiowar.com ] Dottorando in Architettura Teorie e Progetto alla Sapienza.

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