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The levee was dry

Come è noto, una volta messo un decennio in mezzo, non c’è modo per qualsivoglia prodotto popculturale di sfuggire al business della nostalgia. Negli anni zero abbiamo cantato Maracaibo alle feste di diciott’anni, abbiamo alzato il cavallo e stretto la circonferenza dei nostri pantaloni, e abbiamo rocambolescamente evitato Ghostbusters 3 solo grazie alla strenua resistenza di quell’eroe contemporaneo che è Bill Murray.
Se la matematica non è un’opinione, dunque, i nuovi disoccupati sono stati bambini e ragazzi negli anni ’90; ad Hollywood sanno fare i conti ed è già arrivata la prima porzione di placebo dell’innocenza perduta nella forma di nuovi episodi in due serie di film che verso la fine della summenzionata decade trovarono un inaspettato successo ed ebbero, nel loro piccolo, una notevole influenza su quello che passò dagli schermi negli anni immediatamente successivi.

Scream 4 è uscito l’anno scorso, riportando sullo schermo uno dei personaggi probabilmente più odiati dell’intera storia del cinema, quella Sidney Prescott al cui passaggio anche i gatti neri toccano ferro. Diretto sempre da Wes Craven, e soprattutto scritto dal rientrante Kevin Williamson (la cui assenza si era sentita pesantemente in Scream 3), il film riprende la tradizione di meta-cazzeggio e accoltellamenti in allegria, con una pedissequità che sarebbe quasi fastidiosa, se la contraddizione tra parodia e tributo del film slasher non fosse la raisone d’etre che da sempre caratterizza la serie. Tanto più che il bersaglio dello scherno in questo quarto capitolo sono i remake, e gli eventi della trama, come i personaggi stessi ci ricordano, ricalcano quelli dell’originale Scream. La più grossa differenza col passato -oltre alla sempre maggiore voglia di vedere la protagonista riversa in una pozza di sangue- sta probabilmente nelle scene degli ammazzamenti, molto più brutali ed esplicite, ma che perdono una grossa parte di charme per la bislacca decisione di risparmiare a Ghostface le botte da orbi che tradizionalmente riceveva dalle sue vittime. Certo, nel film i personaggi si lamentano di questo esatto trend presente nei remake moderni di vecchi classici dell’orrore, e l’intento “ironico” è palese se pur controproducente; alla fine della fiera la grottesca inefficienza dell’assassino mascherato simbolo della serie era un elemento a cui non avrei voluto rinunciare, e la sua mancanza rende le scene movimentate più blande di quanto avrebbero potuto essere.
Se Williamson ha deciso di sacrificare sull’altare del post-modernismo un po’ dell’immediato godimento cinetico che aveva caratterizzato i migliori episodi della serie, il contrappeso è che il finale, più ci penso e più mi sembra migliore persino di quello del primo capitolo. Non svelo nulla se dico che alla fine di ciascuno Scream viene sostanzialmente levata la maschera a Ghostface per scoprire chi si cela sotto: Scre4m non fa eccezione, ma dopo due film (il 2 e il 3) in cui la rivelazione era parsa parecchio cinofallica, abbiamo qui un finale che finalmente aggiunge un notevole quid drammatico, nonchè un certo deragliamento emotivo alla vicenda, il che è ancora più sorprendente visto che ci riesce partendo da un punto molto più svantaggiato rispetto al fantastico capostipite che aveva montato ben altri livelli di tensione prima di giungere al momento della verità.
Scream 4 resta inferiore, oltre che all’originale, anche al sottovalutato primo sequel, ma si piazza comunque svariate tacche sopra il malriuscito terzo capitolo ed è una visione sicuramente consigliata a chi aveva apprezzato l’approccio post-tarantiniano al genere.


L’altra serie a cui mi riferivo all’inizio del post è quella originata da American Pie nel 1999, anch’essa giunta con il recentissimo American Reunion al quarto capitolo. Come per Scream 4, anche AR rappresenta un po’ un ritorno alle origini del primissimo film della serie, cosa resa possibile, penso, principalmente dalla circostanza che, con l’eccezione di Alyson Hannigan e Seann William Scott, nessuno degli attori del film ha fatto minimamente carriera, ed il rischio che delle facce troppo glamourizzate compromettessero la rusticità della serie non si concretizza per nulla. Gli attori (e in particolare le attrici) a questo scopo sono molto poco (o molto male, non so) truccati e le loro facce di merda trapassano lo schermo in una maniera che nel secondo e terzo episodio della serie si era un po’ persa; il look del film in generale non è naturalista, non cerca cioè di riprodurre la realtà, ma è piuttosto una cattiva imitazione –non so quanto voluta- di come ci si aspetta che una commediola hollywoodiana appaia, ed è proprio questa stortura, questa naivetè che cattura bene lo spirito dell’originale, spesso ricordato come un film gretto e volgare, ma che in realtà era semplicemente ridicolo e inadeguato, nella purtroppo inesistente accezione positiva dei termini.
I temi affrontati sono un po’ quelli che vi potete aspettare -le nuove responsabilità, la nostalgia dell’adolescenza, le delusioni della vita adulta- tutto molto blando e convenzionale, per quanto genuino nella retorica, se mi passate l’ossimoro. Stifler fa ancora una volta storia a parte: vedere Seann William Scott recitare la parte è un po’ come guardare la mamma leonessa nutrire i suoi cuccioli, uno spettacolo di una naturalezza e appropriatezza incommensurabili, una prova tangibile dell’armonia del creato, e gli intrecci che lo riguardano continuano ad essere i meglio scritti e a loro modo i più toccanti. Il personaggio non è più l’incontrastato protagonista del film come era accaduto in American Wedding -non a caso l’episodio meglio riuscito della serie- ma continua ad essere il punto di fuga dell’intero affresco e il vero volto della saga.
C’è poco altro da dire, il film regge molto bene la prima metà, si affloscia un po’ nella sequenza che porterà alla creazione di un paio di situazioni “critiche” da risolvere nel finale, salvo poi riprendersi per la conclusione grazie anche ad un’apoteosi di camei da parte di personaggi storici come Jessica, lo Sherminator e Nadia. Jim ritrova la sua libido e la sua mascolinità nelle uniche circostanze per lui possibili, e tutto va come deve andare.
Anche in questo caso gli appassionati non saranno delusi e gli scettici non saranno convertiti, scegliete il vostro campo.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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