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Watch out, you might get what you’re after

La musica dal vivo è, per quanto mi riguarda, uno dei più grandi piaceri della vita. E’ una cosa estemporanea e quasi aleatoria, bisogna trovarsi nel posto giusto al momento giusto e la maggior parte dei concerti non vale i soldi che costa, eppure quando chissà come e chissà perchè la scintilla scatta, il momento è di quelli che ti ripagano di tutto il mal di schiena e di tutti i soldi regalati a fighetti dell’ultim’ora e milionari capricciosi.
La natura volatile di queste esperienze rende ovviamente molto difficile ricatturare il tutto su di un supporto riproducibile, che sia un disco live o un filmato; come rendere le vibrazioni delle onde sonore, la trepidante attesa del bis, il tanfo di sudore emanato dal ciccione che ti blocca la visuale? Non si può, è chiaro, eppure esistono rari esempi di film in cui un concerto, con le restrizioni del caso (ma anche qualche vantaggio, suvvia) riesce a compiere la transizione su pellicola senza perdere la sua energia primordiale.

Uno di questi film è Stop Making Sense di Jonathan Demme (più famoso per pellicole come Il silenzio degli innocenti e Philadelphia), testimonianza di tre date del tour del 1983 dei Talking Heads. Come è logico che sia il film è una stretta collaborazione tra band e regista, e l’aspetto più sorprendente della faccenda è proprio come l’energia grezza del suono e dei corpi dei musicisti non sia minimamente stemperata dalle macchinazioni del regista, nè dalla subdola ma significativa scenografia del palco, e anzi come i due aspetti, apparentemente contrastanti, si amalgamino insieme per creare un risultato che mantiene buona parte della contagiosità che doveva possedere un concerto dei Talking Heads dell’epoca, senza ricorrere allo stile di riprese sensazionalistico e caciarone che di solito contraddistingue questo tipo di film, soddisfacendo dunque l’occhio fotografico del cinefilo.
Tutto questo è ottenuto, da parte del regista, con alcuni accorgimenti che possono sembrare banali ma che se esperiti nel loro complesso danno la misura di quanto Stop Making Sense sia inusualmente assemblato. Prima di tutto è bandito il montaggio frenetico e televisivo classico di questo tipo di filmati: Demme ha una notevole libertà di movimento sul palco e quando trova un’inquadratura che gli piace, potete stare certi che la mantiene. Durante Once In a Lifetime, per esempio, la telecamera è fissa sulla faccia da cazzo di David Byrne per la pressochè intera durata della canzone, e non è raro cogliere brevi occhiate e piccoli gesti tra i musicisti che normalmente vanno persi nella frenesia del rocchenroll. Queste inquadrature più ampie e metodiche abbracciano l’ampio palco e restituiscono un senso di spazialità che la band sfrutta alla grande, producendosi in vari balletti e mini-coreografie che oltre a denotare l’evidente promiscuità interna al tourbus, rendono l’atmosfera del concerto molto più comunale della solita parata ufficiale in onore del cantante e/o chitarrista dall’ego gonfiato. Non che David Byrne non possa corrispondere all’identikit: lui è con tutta evidenza la figura centrale del film, ma lo stile di Demme tende ad oltrepassare la facciata del concerto come rituale, e butta uno sguardo sulle persone, sui loro gesti, smitizzandone necessariamente l’aura.
Altro stratagemma in questa direzione, in parte forzato dalle scelte di montaggio, è quello di non cercare di nascondere gli interventi dei roadies, che anzi in qualche occasione vengono deliberatamente seguiti dalla telecamera, e che vengono invitati sul palco alla fine dello show per condividere gli applausi del pubblico.

Poi vabbè, c’è la musica. Non posso onestamente arrivare a sostenere che una persona a cui non piacessero i Talking Heads possa pienamente apprezzare il film, per quanto la scaletta comprenda molte delle loro canzoni più popolari ed orecchiabili, però lo raccomanderei sicuramente a chi non li conoscesse o non avesse un’opinione particolarmente marcata su di loro. Che i Talking Heads fossero un gruppo da palco più che da disco era un’idea che già mi ero fatto, e Stop Making Sense me la rafforza ulteriormente, per cui non mi sembra esagerato dire che questo film sia uno dei punti più alti della carriera del gruppo e anche una buona introduzione visto che la scaletta, pur riservando maggiore spazio a quello che all’epoca era l’ultimo disco uscito (Speaking In Tongues), fa una carrellata piuttosto esauriente della carriera di Byrne e soci, con la chicca aggiuntiva di Genius of Love, pezzo del side project Tom Tom Club che qualcuno magari ricorderà per il massiccio sampling in salsa G-Funk che ne fu fatto per quel capolavoro di Fantasy di Mariah Carey.

In definitiva che vi interessi il lato musicale o quello cinematografico della faccenda ci sono buone probabilità che troviate qualcosa da apprezzare in Stop Making Sense, buon proseguimento.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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