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La città dipinta

Richard Estes, The Solomon R. Guggenheim Museum, Summer 1979
Nella mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma Il Guggenheim. L’avanguardia americana 1945-1980, conclusasi da qualche settimana, sono stato colpito dal lavoro dell’international photo-realist movement. Questa corrente pittorica, interpretabile come una commistione tra il precisionismo e la pop art, ha tra i suoi epigoni Richard Estes. Ricercando tra i lavori più celebri di Estes, l’aspetto di maggiore interesse è per me rappresentato da questa urgenza di inserire i suoi soggetti nella scena urbana. I rimandi offerti da questa fascinazione subita sono stati chiari, come non pensare a Charles Sheeler, maestro assoluto nel rappresentare scorci urbani delle periferie americane come nitidi solidi geometrici, quasi inanimati, “nella mente di questo adoratore di Piero della Francesca il mondo moderno industriale si staglia con l’assertività limpida, folgorante di una disinfettatissima utopia, dove non c’è posto per il caos, né per un essere umano, o un solo granello di polvere”[1].
Charle Sheeler, River Rouge Plant, 1932
Estes come Sheeler non può non ritenersi debitore nei confronti del maggiore genio pittorico americano Edward Hopper. Nutro un profondo sentimento nei confronti di questo artista. L’opera di Hopper è qualcosa di difficilmente traducibile, in un brillante saggio inserito nel catalogo della mostra alla Fondazione Roma Museo (16 febbraio > 13 giugno 2010), Marco Di Capua così scrive:”In una società assillata dal “farsi vedere”, questo controcanto esistenziale suona limpidissimo, e ci purifica”[2]. Ebbene anche in Hopper, soprattutto in Hopper, è il racconto della scena urbana a destare un fortissimo interesse, “Lo avvinceva uno strano culto della desolazione, la maratona di uno sguardo che inesorabilmente lima il mondo da tutto ciò che non è fondamentale, cubico, disabitato”[3]. Scrive a riguardo Milton Brown “La città per Hopper non è il luogo dove i bambini giocano nelle strade o le donne chiacchierano, ma quello in cui si può affittare una stanza per una notte e mangiare un pasto solitario in una caffetteria fortemente illuminata”[4]. La tradizione nostrana ha visto succedersi maestri di prim’ordine nel campo della rappresentazione urbana, non per ultimi il Pictor Optimus Giorgio de Chirico e, forse, un filino più avanti in questa opera di fotografica spoliazione dell’identità urbana, Mario Sironi.
A questo punto per me si potrebbe anche sospendere la narrazione, dopo aver nominato Piero della Francesca, Hopper e Sironi potrei trovare una scusa per inserire Giovanni Bellini ed il mio personalissimo Olimpo sarebbe presto concluso, ma evidentemente manca ancora uno spunto da trequartista. Avverto la netta sensazione che se davvero esistesse un gioco di rimandi tra i nostri pittori ed Edward Hopper, il più indicato porterebbe a Giorgio Morandi. Le città che dipinge Morandi, costituite da bottiglie, caraffe e bicchieri, sono quanto di più indicato ci possa essere per tentare di capire lo spirito di Hopper. E’ come se la sottesa monumentalità di De Chirico e Sironi stonasse con i soggetti e le ambientazioni del Nostro, tuttavia, la medesima drammatica nudità la ritroviamo sui tavoli di Morandi.  
     
Jacopo Costanzo
 


[1] Edward Hopper, catalogo della mostra (Roma, Fondazione Roma Museo, 16 febbraio > 13 giugno 2010) Skira 2010, p.95.
[2] Ivi. p.94.
[3] Ivi. p.90.
[4] Ivi. p.96, Cit. in A.Zevi, Arte Usa del Novecento, Carocci, Roma 2000, p.83.

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Jacopo Costanzo
Cofondatore di Polinice e del Warehouse of Architecture and Research_ warehousearchitecture.org

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