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Due righe su Wittgenstein

Ludwig Wittgenstein è un grande del pensiero novecentesco. Delle due fasi della sua vita accademica, oggi vorrei parlarvi della prima, quella espressa nel suo Tractatus logico-philosophicus.
Immaginate due scatoloni di cartone: l’uno pieno di etichette, l’altro pieno di mattoncini Lego (sì, etichette e mattoncini Lego: l’esempio è un po’ scemo ma funziona). Ora, chiameremo il primo scatolone linguaggio, il secondo mondo. Lo scatolone del linguaggio conterrà enunciati, il secondo fatti. Secondo Wittgenstein, ogni enunciato (ogni “etichetta”) ha il potere di “inquadrare” in maniera univoca un mattoncino, uno stato di fatto. La semantica è la disciplina che si occupa di attribuire ad ogni enunciato il suo riferimento (il suo fatto).
Tutto qui. Ma da adesso cominciano i problemi.
Anzitutto, quali sono i limiti del linguaggio? Sono i limiti del mondo: detto banalmente, non posso attaccare un etichetta ad un mattoncino che non esiste. E chi mi dice se un mattoncino esiste o meno? Semplice! La Scienza naturale. Ne consegue che se non posso parlare di un oggetto perché non esiste (un unicorno, ad esempio) devo tacerne (si capisce in tal senso la celebre proposizione numero 7 del Tractatus: «Ciò di cui non si può parlare, si deve tacere»).
Ecco il primo problema: la filosofia del linguaggio, che si occupa di definire la forma logica degli enunciati, non parla di fatti attestati scientificamente, ma degli enunciati stessi. Ma, allora, perché Wittgenstein ne parla? Non dovrebbe tacere? In effetti sì.
Secondo problema: nel sesto capitolo, il Nostro, parla del “Mistico”, delle nostre esperienze etiche, estetiche, escatologiche. Insomma, di quelle esperienze così intense, così alte da non poter essere descritte. Ma se non possono essere descritte, perché Wittgenstein ne parla? Non dovrebbe tacere? Ancora una volta, sì.
Ma allora: come diavolo è saltato in testa a Wittgenstein di scrivere il Tractatus? Non faceva prima a starsene a casa servito e riverito (era ricchissimo)? Non era meglio se si fosse messo a fare l’ingegnere (era laureato)? Perché diamine s’è n’è andato a Cambridge a studiare filosofia con quel fricchettone di Bertrand Russell?!
Banalmente perché non gliene fregava molto dei soldi (aveva rinunciato alla sua eredità), perché l’ingegneria non lo entusiasmava e, non ultimo, perché era decisamente più schiodato di Russell (già vi ho raccontato di quando minacciò Karl Popper con un attizzatoio, durante una dotta conversazione tra colleghi). E perché aveva un asso nella manica: il Tractatus era stato progettato come un testo “usa e getta”.
«Le mie proposizioni illustrano così: colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è salito per esse – su esse – oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v’è salito)».
Questa frase, una delle ultime che compongono l’opera, ci fa capire che Wittgenstein avesse inteso il Tractatus come uno strumento per provocare il mondo accademico, per svegliare le coscienze e chiarire una miriade di problemi filosofici accumulati nei secoli e colpevoli di bloccare il progresso. Vista la nobiltà dell’intento, una piccola licenza poetica, un po’ di contraddittorietà è giustificabile.
Dopo aver pubblicato il Tractatus, Wittgenstein si mise a fare il maestro elementare, l’architetto e il giardiniere.
Visse il nostro eroe “per sempre felice e contento”? Magari. Si rese conto che il suo capolavoro aveva sì risolto tanti dilemmi filosofici, ma che ne aveva anche sollevati tanti altri. Troppi.
Ecco così che, dopo otto anni di assenza, tornò alla carica. Rientrò a Cambridge e iniziò la marcia verso il suo secondo capolavoro: le Ricerche filosofiche. Ma questa è un’altra storia.


Giulio Valerio Sansone

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Giulio Valerio Sansone
Triennale in Filosofia a Roma, studente di Economia dell'Innovazione a Milano. Orgogliosamente parte della ciurma di Polinice dai suoi gloriosi albori. Vi fracassa le scatole un mercoledì ogni quattro.

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