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Ancora Wittgenstein


La scorsa settimana avevamo preso in considerazione alcuni tratti del cosiddetto “primo Wittgenstein”. Oggi ci dedicheremo al “secondo”, quello tornato a Cambridge dopo circa otto anni di latitanza filosofica.
Durante questi anni, il Nostro lavorò come architetto, maestro elementare e giardiniere. Ma non furono tempi facili: la granitica certezza di aver risolto “tutti i problemi filosofici” stava via via cedendo il passo ad un senso di incompletezza. Wittgenstein si rese conto della fallacia della prospettiva logicista che aveva caratterizzato il Tractatus.
In particolare, Wittgenstein nutriva delle serie perplessità nei confronti della sua originaria concezione di linguaggio. Ricordate l’esempio degli scatoloni (l’uno conteneva etichette-enunciati e veniva detto linguaggio, l’altro mattoncini-fatti e prendeva il nome di mondo)? Bene. Non funziona più.
Qual’è il problema, vi chiederete ora? Facciamo un passo indietro: lo scatolone del linguaggio contiene etichette da appiccicare sui mattoni del mondo. Le etichette sono enunciati elementari. Un enunciato elementare è la più piccola porzione del linguaggio ed ha la caratteristica di “non ammettere contraddizione”. In altri termini: se appiccico un’etichetta con su scritto “questo è un mattone verde” ad un mattone verde, non posso ammettere che tale mattone diventi all’improvviso giallo (ossia non-verde). Sembra plausibile, no? Prendiamo un’altro esempio: tiriamo fuori dallo scatolone del linguaggio un etichetta recitante “Questa è un’anatra”. Appiccichiamo l’etichetta su un’anatra (un mattone della realtà) che abbiamo appena trovato nella penombra, passeggiando nel bosco (un po’ di fantasia prego!). Bene, alzi la mano chi ritenga che quella stessa anatra possa, in realtà, essere una lepre. Nessuno vero? Ottimo.
Peccato che avrebbe ragione.
Se guardiamo l’immagine da sinistra a destra tutto bene, abbiamo attaccato l’etichetta giusta. Se però guardiamo nel verso opposto, la realtà “ci frega”! Vediamo una lepre!
Cosa vuol dire tutto ciò? Che la concezione del linguaggio del primo Wittgenstein era troppo limitata. Nel mondo esistono fatti che sfuggono al freddo e affilato linguaggio delle scienze.
Il Nostro, dando una spettacolare prova di onestà intellettuale (e, aggiungo, rendendo ancora più manifesta la sua genialità) non ebbe problemi a rendersene conto e aggiustare il tiro con una serie di scritti poi confluiti nelle Ricerche filosofiche, opera edita postuma nel 1953.
Nella Ricerche, Wittgenstein dimostra una particolare sensibilità per il cosiddetto linguaggio ordinario. Insomma, si lascia alle spalle il linguaggio delle scienze. Nel linguaggio ordinario, esistono degli enunciati che, contrariamente a quanto proposto nel Tractatus, non corrispondono a fatti. Insomma, ci sono etichette senza mattoni! È il caso di proposizioni come «Acqua!»; «Ahi!»; «Ti ordino di obbedire!»; «Ti prometto che se passi l’esame di analisi matematica con non più di 14 tentativi non ti diseredo»; «Grazie papà! Farò del mio meglio!».
Le promesse, le richieste d’aiuto, le domande, i comandi sono pezzi di mondo. Il primo Wittgenstein (da bravo ingegnere) aveva deliberatamente scelto di lasciar fuori dal suo Tractatus schiere di studenti alle prese con padri poco comprensivi. Il secondo no. Provate ad andare da un naufrago che vi chiede «Acqua!» e rispondergli «spiacente, non posso esaudire la tua richiesta perché l’enunciato col quale ti esprimi non rispetta i canoni del Tractatus logico-philosophicus». Come minimo vi manderà “a quel paese”.
In sintesi: naufraghi, studenti zappe, anatre e lepri fanno parte del mondo. Lasciarli fuori dalla filosofia è uno snobismo inaccettabile.


Giulio Valerio Sansone

About Giulio Valerio Sansone

Giulio Valerio Sansone
Triennale in Filosofia a Roma, studente di Economia dell'Innovazione a Milano. Orgogliosamente parte della ciurma di Polinice dai suoi gloriosi albori. Vi fracassa le scatole un mercoledì ogni quattro.

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