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Quando le rovine sono brutte ancor prima di diventarlo

Firmitas, Utilitas ,Venustas.
La triade vitruviana definisce e conclude nelle sue caratteristiche fondamentali  l’opera architettonica. Queste, pur essendo tre distinte componenti concettualmente indipendenti l’una dall’altra, senza destare sospetti, dialogano silenziosamente, scambiandosi opinioni, l’una sull’altra. Come l’uomo, che si forma nel confronto con l’altro arricchendosi o impoverendosi di contenuti, queste si contaminano vicendevolmente confluendo nell’oggetto che definiscono, in una tensione che tende ad una sintesi equilibrata. Impossibile è, al nostro occhio ed alla nostra mente, la loro scissione oggettiva, il riconoscimento delle loro forme pure, distinte.
L’unico stratagemma possibile sarebbe farne tacere due per volta, permettendo così alla terza rimasta, un monologo sincero, una confidenza amichevole sulla sua vera natura finalmente libera da influenze aliene. 
Eppure c’è un tempo, storico, dell’oggetto architettonico, in cui è possibile ammirarne solo una delle tre, la più godibile e serena. E’ da questa stagione che Ruskin e molti Romantici rimasero incantati; il tempo della rovina. E’ allora, che il decadimento  naturale delle vitali funzioni, la Firmitas e l’Utilitas, libera la pura forma  della terza, la Venustas, non più soggetta al gioco di riflessi che permette di osservarla solo attraverso lo specchio dell’Utile e dello Stabile. Dunque è nella rovina l’unica possibilità di scrutare la vera Bellezza di un’architettura.
Un nuovo imperativo si impone prepotentemente  al metodo progettuale:  assicurarsi che questa bellezza sussista al progetto e non si riduca solo ad un pallido riflesso di altro. 
L’ iter progettuale si configura ora come un processo inverso che parte dalla morte dell’edificio piuttosto che dalla sua nascita, o meglio consiste nel far coincidere la sua nascita con la sua morte. Questo permette ciò che altrimenti sarebbe impossibile: controllare quella Venustas che si manifesta solo quando la Firmitas e l’Utilitas decadono naturalmente. Immaginare quindi il proprio progetto in un completo stato di rovina, il degrado dei materiali, l’abbandono, le strutture pericolanti, la natura che si riappropria di ciò che inizialmente le era stato sottratto. Solo allora questa epifania potrà non solo essere controllata, bensì sostituirà quella bellezza che è manifestazione di contingenze ed in quanto tale passeggera, fondando un nucleo solido ed astorico su cui costruire dei più necessari attributi. Subordinati a questa qualità sottratta al logorio del tempo, che li alimenterà come alimenta l’uomo l’elisir di lunga vita.
Allo splendido fenomeno di invecchiamento collabora la materia dell’architettura, quindi  fondamentale importanza assumerà la scelta dei materiali costituitivi. Più questi possederanno la capacità di non subire danno dal tempo o meglio, di trasformare il naturale degrado in qualità estetiche di valenza “storica”, più quella Venustas ne risulterà rinvigorita. Quel vecchio nasconderà nei solchi delle sue rughe le verità rivelatrici della vita; la propria, quella di coloro che lo hanno vissuto, che lo hanno solo visto ma anche di coloro che ci sono passati senza tenerlo in nessun conto, ma a cui Lui a fatto da scenario mentre, come il satiro di Villa Medici, se la rideva silenzioso. L’architettura contemporanea non possiede quasi mai questa elevatissima qualità. I sistemi costruttivi, le false politiche dell’eco-sostenibile, i nuovi materiali sintetici, la standardizzazione degli elementi costruttivi ecc. corrompono la natura dell’oggetto architettonico privandolo della sua anima assolutamente originale ed individuale. Avrà sempre molte più cose da raccontare un mattone sbeccato ed annerito dallo smog che qualsiasi pannello di rivestimento di una facciata ventilata che non fa che celare un’anima grigia di cemento.
Jacopo Magrini
A Villa Medici
Te l’aricordi più le passeggiate
in queli vicoletti de verdura,
in queIegrotticellesprofumate
che pareveno fatte su misura
péfápassà le coppie innammorate?
Te l’aricordi più, ciumaca bella,
Ia testa de quer satiro che stava
anniscosta framezzo a la mortella,
che rideva e faceva capoccella
péminchionà la gente che passava?
Sortantoquer pupazzo avrà sentito
tutti quanti li baci che mai dato!
Sortantoquer pupazzo avrà capito
fino a che punto m’ero innammorato
o, pé di’ mejo, m’ero arimbambito!
Pareva quasi che ner vede a noi
ridesse e barbottasse ma de lui:
– o visti tanti e tanti come voi,
innammoratifracichi, ma poi
ognuno è annatopé li fatti sui!-
Defatti, fu così! L’amore eterno
che me giurassi er dodici d’aprile
finì su li principî de l’inverno!          
Che lite! t’aricordi? – Infame! – Vile!
-Ciovetta!-Birbaccione!-Vá a l’inferno!-
E Dio solo lo sa tutte le pene
ch’ho sofferto in quer brutto quarto d’ora,
quanno mai fatto tutte quele scene;
ma la lezzione che mai data allora,
pé di’ la verità, m’ha fatto bene!
Ché mó, quanno torno in quela villa
cóquarch’antraregazza che me piace,
già penso che un ber giorno ho da finilla:
così me sento l’anima più in pace
e passo la giornata più tranquilla.
E certe vorte è er core che me dice:
– Bada! nun ce fá tanto assegnamento;
perché vôi crede a questa, dar momento
che puro có Ninetta eri felice,
che puro có Ninetta eri contento? –
Eh, Nina! Che lezzione che fu quella!
Perfino adesso, prima de decide
de volé bene a quarche donna bella,
ripenso sempre ar satiro che ride
anniscostoamezzo a la mortella!
Trilussa

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