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Giochi linguistici


Vi giuro che è l’ultima volta che parlo di Wittgenstein.
Torniamo all’esempio (lo so, non lo sopportate più) dei due scatoloni. Come vi accennavo la scorsa volta questo esempio non regge: non posso andare a determinare il significato di un enunciato andando a cercare il fatto corrispondente. Non posso, in altri termini collegare ogni singola etichetta ad un mattoncino poiché ci sono parole come «Acqua!» che non si riferiscono a stati di fatto e anatre che possono diventare lepri (!).
Come fare? Noi poveri mortali cambieremmo mestiere e apriremmo un chiosco di granite a Maccarese. Un genio come Wittgenstein, invece, si inventa la teoria dei giochi linguistici. Come dire: il linguaggio si prende gioco di noi trasformando anatre in lepri? Bene: noi giochiamo col linguaggio.
Un gioco linguistico è un contesto. Come in ogni gioco che si rispetti, ci sono delle regole. Un parlante conosce il significato di un termine se è in grado di utilizzarlo correttamente, nel rispetto delle regole. In effetti la proposta di Wittgenstein funziona: posso partecipare al gioco linguistico dei “frequentatori di eventi mondani” se e solo se, quando mi chiedono se “ho il tavolo”, non mi precipito da Ikea a comprarne uno (sì, lo so, è una vecchia battuta). Insomma, devo rispettare “le regole del branco” per potere farne parte.
È chiaro anche che il concetto di gioco linguistico consenta la costituzione di un’identità di gruppo. Avete presente un manipolo di studenti di medicina? Tendenzialmente parlano solo di medicina con un gergo che solo loro comprendono.
Ancor peggio nel caso di chi studia filosofia, ma non vorrei sparare sulla croce rossa.
Un altro lampo di genio di Wittgenstein è l’aver osservato come le regole del linguaggio debbano essere pubbliche! Non possiamo ammettere l’esistenza di un linguaggio privato poiché un simile idioletto sarebbe fine a se stesso e privo di criteri di correttezza. Un linguaggio utilizzato da un solo parlante è tanto inutile quanto uno scolapasta senza buchi. Anche quell’odioso alfabeto “farfallino”, che qualsiasi bambina di età compresa tra i sette e i dodici anni conosce, nel quale “si” diventa “sifi” e “no” diventa “nofo”, rispetta dei criteri di correttezza pubblici.
Siamo finalmente giunti alla conclusione del nostro delirio. Wittgenstein credeva che la sua proposta filosofica potesse essere una buona soluzione per aiutare noi povere mosche ad uscire dalla bottiglia nella quale il linguaggio ci ha intrappolati (l’esempio è suo). Non so voi, ma secondo me è un ottima soluzione.


Giulio Valerio Sansone

About Giulio Valerio Sansone

Giulio Valerio Sansone
Triennale in Filosofia a Roma, studente di Economia dell'Innovazione a Milano. Orgogliosamente parte della ciurma di Polinice dai suoi gloriosi albori. Vi fracassa le scatole un mercoledì ogni quattro.

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