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Elogio della prolificità

Per motivi principalmente logistici legati ai tempi di produzione e di promozione dei film, il lasso di tempo tra una pellicola e la seguente è negli anni aumentato per la maggior parte dei registi, e al giorno d’oggi sono ben pochi coloro che riescono a produrre un film ogni anno o due mantenendo un livello decoroso di controllo artistico sul prodotto finale. Il numero si restringe ulteriormente se prendiamo in considerazione l’industria americana che pure in passato aveva fatto le proprie fortune sfruttando al massimo il talento di registi leggendari come Hitchock, Hawks, Ford, Wilder (giusto per citare i più noti) che per due e più decadi hanno girato praticamente un film all’anno, sfornando alcuni dei più grandi capolavori del cinema americano classico.

Da una parte questo dipende sicuramente dal fatto che la differenza tra un film fatto con budget molto elevato e uno messo insieme con due spicci è più immediatamente evidente al giorno d’oggi di quanto non lo fosse nei tempi andati, e il pubblico si è fatto mano mano più esigente e smaliziato riguardo alla qualità di effetti speciali e dintorni, portando quindi a tempi di post-produzione molto maggiori, che uniti agli infiniti tour promozionali non danno materialmente il tempo anche ai più volenterosi di realizzare più di un certo numero di pellicole. La situazione è ovviamente diversa nei circoli in cui la performance al botteghino non è un fattore altrettanto determinante nella vita e morte della carriera di un regista, ma la tendenza mi sembra comunque palese anche solo considerando quanto spicchino e vengano spesso individuati per la loro prolificità coloro che possono o devono permettersi di andare in controtendenza.
Questa circostanza, per quanto giustificabile e forse inevitabile, sta però, a mio avviso portando ad un’esaltazione del lato demiurgico dell’attività del regista, visto come un ispirato creatore di mondi, a scapito della dimensione artigianale di efficiente schiavista e temuto/amato pater familias del set, che credo sia quella in cui la qualità dei film si gioca maggiormente.
Registi come Quentin Tarantino o Wes Anderson sono stati spesso lodati per la loro volontà di sviluppare progetti personali, si sono potuti permettere di farlo con i propri tempi e ci hanno più volte regalato film fantastici, ma questo loro rifiuto di “sporcarsi le mani” (per esempio dirigendo sceneggiature non loro) ha portato a una situazione in cui sono le loro idiosincrasie a plasmare il mestiere e non viceversa. Il manierismo in questi casi è dietro l’angolo e credo che la pur parzialmente motivata adorazione che questi nomi suscitano in larghe fette di pubblico nasconda una fondamentale stasi creativa di entrambi che faccio fatica a credere possa essere superata senza un cambio di rotta piuttosto brusco.
Un buon contraltare può essere rappresentato da Steven Soderbergh e Richard Linklater, formichine forse meno talentuose e immediatamente riconoscibili di altri loro colleghi, ma che hanno negli anni ammassato una filmografia assai più varia e, per quanto mi riguarda, interessante, pur con le cantonate che un approccio del genere inevitabilmente porta a prendere.
E’ chiaro che esistono grandi esempi di registi in entrambi i campi che ho cercato di delineare e tanti altri che uniscono tratti dell’uno e dell’altro o che hanno avuto fasi alterne, ma tendo a pensare che il cinema, per la sua complessità e pluricodicità, sia una forma d’espressione in cui la confidenza col mezzo acquisita con l’esperienza aggiunge all’opera più dell’intuizione brillante. I grandi registi, più dei grandi romanzieri o dei grandi musicisti, si vedono alla lunga distanza, ed è per questo che vedo con sfavore questa dilatazione dei tempi di produzione.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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