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Arte. Scienza. E Tecnica.

Le arti, le scienze, le teorie e le idee. Invalsa ormai la formula onnicomprensiva di arte, si faccia chiarezza su cosa realmente siano le idee di Arte e di Scienza e quale quella della Tecnica: l’Architettura. All’uopo si ricordano spesso grandi architetti che hanno inciso un solco indelebile nel mondo che ci circonda. Spesso però ci si dimentica di chi, all’insaputa degli occhi, compie viaggi fantastici, imprese epiche e trascende di frequente il confine, sottile e sfumato, tra il mondo della realtà, ciò che alla fine è l’arte, e quello dell’idea, cosa che invece è la scienza. Una miscela perfetta tra questi due mondi è la Tecnica. Essa, quando legata all’architettura, mosse i suoi primi passi in tempi lontani ma solo nell’ultimo secolo si è riusciti a definirne uno spazio, un tempo e un modo in cui essa potesse agire liberamente: l’Ingegneria moderna. Mirabolanti sono gli esempi di questa disciplina che, spesso ai più, rimane celata.
Negli ultimi decenni il calcolo strutturale ha preso il posto dell’empirismo. Un tempo, peraltro non troppo remoto, si costruiva e si progettava in ridondanza, ossia ponendo un numero sovrabbondante di vincoli e materiali, al fallimento di alcuni dei quali gli altri sopperivano. Quel tempo è passato, per motivi economici, per motivi tecnici, ma piace anche credere per mettere alla prova se stessi, per toccare con mano quanto il modello si adatti al vero, quanto la teoria rispecchi la pratica, quanto il rigore metodologico formuli sensazionali scenari.
È il caso, questo, di ingegneri strutturisti come, Francois Hennebique (1842-1921) e Peter Rice (1935-1992). A dire il vero il primo non fu un vero e proprio strutturista: inventore del cemento armato. Esiste qualche aggettivo più appropriato di strutturista per definire costui? Io penso di no. Il suo metodo rivoluzionario ha sconvolto tutta la precedente teoria e tecnica delle costruzioni, dissestato le più antiche modalità costruttive e donato la duttilità ad un materiale fondamentalmente lapideo. Il metodo era paradossalmente semplice: il cemento, o conglomerato cementizio, è un materiale che ci piace molto quando viene compresso, non ci piace affatto, invece, quando gli si deve “appendere” qualcosa. Come fare? Semplice. Uniamo a questo un materiale che invece sa dire la sua in fatto di carichi “appesi”, o più propriamente sforzi di trazione: l’acciaio. Da questa semplice ma rivoluzionaria idea sono nate tutte le strutture più entusiasmanti. In realtà il metodo Hennebique prevedeva l’impiego di uno scheletro metallico continuo all’interno delle strutture, in maniera tale che queste fossero interamente solidali. Un fulgido esempio di tale metodo lo ritroviamo su un ponte che chi abita a Roma avrà percorso centinaia di volte, il Ponte del Risorgimento (aperto nel 1911), che collega il quartiere Flaminio al quartiere delle Vittorie.
La sua campata sottilissima nella chiave di volta, resa ancor più sensazionale considerato l’anno in cui fu inaugurata, ce la dice lunga su quali meravigliose imprese questo materiale potrà compiere nella sua eminente carriera.
In epoca ben più recente si trovano esponenti della cultura tecnica allo stesso modo degni di nota. Forse ai più poco noto, ma fondamentale in alcuni dei più grandi progetti del XX secolo, è l’ingegnere strutturista irlandese Peter Rice. Egli, durante la sua collaborazione con la società Arup, ha firmato opere come la Sydney Opera House, inaugurata nel 1972 e che rivoluzionò il modo di concepire gli auditoria, il Centre Georges Pompidou di Parigi, progettato in collaborazione con Renzo Piano ed aperto al pubblico nel gennaio del ’77, e last but not least il Palazzo dei Lloyd’s di Londra, un gioiello di una miscela afrodisiaca di arte e tecnica.
Gli esempi riportati sono a testimonianza di quanto un rigoroso metodo scientifico, unito alla passione per il sogno, possa celebrare al massimo la ricchezza dell’ingegneria. I calcoli strutturali, che pure spesso annoiano o rendono il lettore distaccato e lo lasciano con un senso di indifferenza, sono l’espressione massima di questa ricchezza. L’analisi tensionale di un elemento strutturale ci fornisce gli strumenti necessari a renderlo unico, a celebrarlo come un’opera d’arte quand’anche si tratti di una semplice trave o un pilastro lineare. Ancor più questo risulta vero quando capita di imbattersi in sezioni innovative, in forme che ricalcano perfettamente l’andamento delle tensioni nel corpo e realizzano la perfezione dell’apparire nei confronti dell’essere, che, mai come in questo caso, è tanto più nascosto quanto più è essenziale. Lo sapeva bene Pier Luigi Nervi quando ha progettato le sue nervature strutturali che firmano indissolubilmente ed inequivocabilmente la gran parte dei suoi capolavori.
Ma questa è un’altra storia.
Federico Giubilei

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