Home / Filosofia / Il Doctor Subtilis

Il Doctor Subtilis

Scotia me genuit,

Anglia me suscepit,

Gallia me docuit,
Colonia me tenet.

Introdurre il pensiero di un autore medievale tramite una sintesi, non è mai un lavoro semplice: i dottori si occupavano di molte aree del sapere, dalla logica alla matematica, dalla filosofia alla teologia e la lista potrebbe continuare per molto. La difficoltà aumenta se il pensatore in questione fosse il Dottore Sottile: Giovanni Duns Scoto. Che sia osannato da intellettuali come Hannah Arendt, la quale lo considera uno di quei pochi ad aver messo la prassi prima del pensiero, o Hans Jonas che lo indica come uno dei primi ad aver riflettuto sulla capacità umana di amare qualcosa per il suo valore intrinseco, oppure criticato da Benedetto XVI per aver svincolato Dio dalla razionalità legandolo al puro e semplice arbitrio, la sua opera rimane tutt’oggi oggetto problematico di discussione in ambito medievistico e non.

Le notizie biografiche su Duns Scoto sono scarse, ciò che è sufficientemente accertato è che nacque in Scozia presso la città di Duns, appunto, fra il 23 dicembre 1265 e il 17 marzo 1266, visto che fu ordinato sacerdote nell’ordine francescano dei frati minori il 17 marzo 1291 e l’età minima al tempo per l’ordinazione si attestava a 25 anni. Sappiamo certamente che studiò teologia a Oxford fino all’anno accademico 1300-1301, in cui partecipo a una quaestio, una disputa monotematica fra il professore e gli studenti, con Filippo Bridglinton reggente della facoltà quell’anno. Ma non sappiamo quanto rimase lì di preciso, poiché gli studenti mendicanti all’epoca non seguivano un percorso di studi programmato e rigido come i loro colleghi diocesani. Dopo il 1299 ne abbiamo notizia a Parigi per conseguire il titolo di maestro dopo quello di Baccelliere, partecipando alla disputa fra Gonsalvo di Spagna e il domenicano Meister Eckhart. In quel periodo però Filippo il Bello e la nobiltà, in un clima di complicità per deporre l’allora Papa Bonifacio VIII, decisero di cacciare i frati minori che non aderirono alla sua iniziativa, tra cui lo stesso Scoto. Rimase un anno in esilio in una località sconosciuta alle fonti storiche per poi tornare a Parigi a insegnare, dove su richiesta dello stesso Gonsalvo fu nominato maestro in teologia, divenendo reggente nel 1305 e scontrandosi con Pietro Godino sul Principio di Individuazione. Per cause a noi sconosciute, fu costretto a lasciare l’insegnamento e la stessa città, rifugiandosi a Colonia dove svolse il ruolo di lettore fino alla sua morte datata 8 novembre 1308. Si parla all’inizio delle sue Collationes di un soggiorno a Cambridge avvenuto intorno al 1305, ma nessun documento è stato scoperto a sostegno di ciò.
La sua speculazione più famosa e controversa è quella sull’univocità dell’ente: il verbo è si usa sempre e comunque indipendentemente da cosa stiamo denotando. Se fosse possibile l’analogia o la biunivocità dell’essere come in Platone, dovremmo trovare un verbo per indicare ogni singolo ente perché è non sarebbe un concetto univoco. Cadremmo quindi nell’assurdo, perché noi concretamente usiamo il verbo essere per ogni cosa, ma sarebbe scorretto usarlo perché noi considerano l’essere in più sensi. Questo escluderebbe che l’essere si dice in più modi come Aristotele ci tramanda.
Non possiamo accettare l’idea di un genere indistinto essere perché annullerebbe le differenze presenti in ogni ente distinto determinato, quindi avremmo la struttura ontologica ‘essere + qualche cosa che lo distingue’. Ma se noi unificassimo i diversi modi d’essere come inteso nella metafisica classica, discendendo alle specificazioni singole a partire da un essere puro indeterminato e sommo come origine, allora Dio che la scolastica definì come l’essere primo, non sarebbe primo, poiché per non essere considerato alla stregua degli altri enti, avrebbe essere + la specificazione singola, in questo caso incausato. Ma non sarebbe però il puro essere e non sarebbe semplice, cioè senza altro a definirlo perché ci sarebbe la specificazione incausato. Ma quel punto, per coerenza con ciò che abbiamo presupposto, dovremmo ammettere un essere puro senza specificazioni sopra di lui che fungesse da genere contenitore, ma questo è contraddittorio se è l’essere primo. Quindi? Quindi per tenere Dio come essere  puro e primo lo dobbiamo assumere come un genere, prendendo solo ciò che è comune ed escludendo le differenze. Entriamo nuovamente in contraddizione secondo l’autore. Scoto opta per definire Dio come specie dell’essere, con tutte le implicazioni annesse; esclude l’ipotesi di San Tommaso, per cui metafisica e teologia abbiano lo stesso oggetto materiale, cioè Dio, l’una in quanto radice dell’essere, l’altra come creatore: la metafisica tratta l’essere, punto, non il divino. Stabilisce solo l’esistenza dell’essere.
Ripensa a fronte di questo problema, l’idea stessa di principio di individuazione. Gli enti non si distinguono né per la forma che è comune, né per la materia perché essendo passiva non sarebbe granché diversa dal nulla. Si distinguono allora per la loro questità (haecceitas), l’ente è questo singolo diverso dagli altri, non c’è altro. È diverso da quello e quell’altro, nonostante la forma e la stessa quantità di materia di cui è composto. La forma universale non esiste in senso lato, “numericamente distinta” usando il vocabolario scotista, ma solo nell’intelletto umano come raggruppamento delle caratteristiche comuni delle immagini dei singoli oggetti incontrati nella conoscenza particolare. Intuitiva se conosce l’oggetto e la sua natura singola immediatamente nella sua esistenza sia sensibile che intellettuale, astrattiva se a partire dalla conoscenza intuitiva la natura degli oggetti è universalizzata. Solo in questo modo per Scoto possiamo parlare di specie intelligibili in modo coerente. In contrapposizione con una lunga e fortunata concezione medievale, il dottore concede la superiorità della volontà sull’intelletto andando contro il tomismo: l’intelletto è determinato nei suoi movimenti dagli oggetti che considera, invece la volontà non ha bisogno di oggetto, agisce senza causa alcuna e si serve dell’intelligenza.
Per Duns Scoto, Dio nel creato non risponde all’ordine delle cose potentia ordinata, bensì per sua assolutezza potentia absoluta può fare qualsiasi cosa voglia, anche far cadere dal basso all’alto una pietra senza cause intermediare. Egli è assoluto senza limiti. Il nostro francescano afferma che non c’è allora un solo ordine possibile del mondo e il nostro rimane contingente, Dio avrebbe potuto non crearlo (la creazione non rientra strettamente nella sua concezione di essenza).
Come il lettore comprende, questo è solo un elenco giustapposto delle sue principali intuizioni. È impossibile riassumere tutto il suo pensiero così complesso e denso in un articolo non-specialistico, lo scopo è stato di dare un introduzione didascalica dell’autore senza pretesa alcuna, avvicinando i non esperti al settore ad un personaggio troppo spesso messo in secondo piano. Di Giovanni Duns Scoto non tutte le opere sono tradotte e non esiste al momento un’edizione critica della sua produzione, se non quella frammentaria e incompiuta delle Editrici Vaticane. Per chi volesse approfondire, caldamente consigliato è il libro introduttivo di Ètienne Gilson, Giovanni Duns Scoto edito da Jaca Books, che seppur antiquato per certi versi, rimane comunque la guida generale più esaustiva al momento disponibile. Altrimenti in lingua inglese ottima letteratura secondaria è rappresentata da The Cambridge Companion to Duns Scotus di Thomas Williams e Oxford’s Medieval Thinkers: Duns Scotus di Richard Cross.
Alessio Persichetti

About Alessio Persichetti

Alessio Persichetti

Check Also

lucca comics

Lucca Comics & Games 2016

Quest’anno, Lucca Comics & Games 2016  è stato un evento da non dimenticare: si sono ...