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Problemi di erezione

[L’autore di questo articolo non ha mai visto dal vivo l’opera di cui parlerà qui di seguito.][1]
Provate a mettere insieme del ferro, tanto ferro, tanto tanto ferro, tanto tanto tanto ferro. Poi lo pittate di rosso, lo aggrovigliate ben benino et voilà,  avrete the Orbit, l’ultima porcheria rigurgitata dal perverso giro di danaro/arte/architettura e pseudo avanguardia, naturalmente made in Britain.  
Si perché poi lo stronzetto di turno si metterà anche a dirmi (magari ce casca) che a lui je piace, magari mentre me lo dirà indosserà proprio quel noioso mocassino che tanto ha preso piede in queste calde giornate estive, con la camicetta griffata ed il capello con il doppio taglio raffinato (no quello de borgata che in fondo qualcosa di autentico te lo passa, ma quello da personaggio ricco o anche povero finto bohémien della serie “Io-c’ho-‘r-capello-alternativo-quindi-io-de-stile-ce-capisco”). E invece no! Prima si studia, ma tanto, e poi ci si confronta. E poi forse alla fine ti potrai anche trovare un discreto barbiere che preservi la tua dignità.
Anish Kapoor il giorno della presentazione mentre si chiede:”e mò che je racconto?!?”
Il problema è che il giovincello prima di parlare magari si è pure letto l’articoletto da quattro soldi con cui Vincenzo Trione[2] ha presentato l’opera ai lettori de La Lettura, inserto domenicale-culturale del Corriere della Sera, poco più di una settimana fa[3].  Il povero Trione, EVIDENTEMENTE INCOMPETENTE IN MATERIA COME QUALSIASI GIORNALISTA/AUTORE CHE PARLI DI ARCHITETTURA SUI QUOTIDIANI ITALIANI, ha sicuramente svolto una discreta tesina compilativa, cosa non difficile per un docente universitario, ma non ha minimamente approcciato criticamente questa montagna di ferro. Difatti, epurando il testo da citazioni colte, paragoni a effetto ed improbabili teorie apologetiche, di questa porcata non viene detto assolutamente nulla. O meglio, ci verrà detto che i due mentecatti ad averla scarabocchiata sarebbero il singalese Cecil Balmond e l’indiano Anish Kapoor. Poi scopriremo che il nome completo è ArcelorMittal Orbit, perché la società ArcelorMittal ha finanziato per buona parte l’iniziativa. Quindi, arriveranno immancabili i richiami ai “precedenti artistici illustri” (ma quali precedenti!), come la sublime torre di Tatlin o addirittura la visionaria Torre di Babele dipinta da Bruegel il Vecchio. Insomma lo scrittore ci vuol far vedere che ha studiato, ma in definitiva come viene considerata l’opera?
Pronti .. VIA: “maestosa opera pubblica. Ardita costruzione. Tessuto di linee impazzite che sembra uscito dalle visionarie pagine dei romanzi di Ballard (AHA AHA AHA). Barlume di irrazionalità che determina dissonanze nel paesaggio urbano (AHA AHA AHA). Spirale che sembra invitare a un viaggio infernale. Ambizioso sforzo progettuale. Esercizio anti-minimalista (??? ??? ???) addirittura barbarico (AHA AHA AHA). Monumentalismo anti-classico, problematico, aperto a inquietudini e turbamenti, consegnato a un’icona potente, eppure non risolta in se stessa, dinamica, quasi in divenire (Piiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii). Reazione a un’epoca dominata dall’effimero e dal desiderio di ridurre tutto a maceria (perché questa cos’è ?). Utopia della durevolezza. Ripresa dell’antica idea di “monumento più duraturo del bronzo”. Luogo nel quale si compie l’incontro tra linguaggi diversi come scultura e architettura (DOVE  E’ L’ARCHITETTURA?!?)”.
Gran finale .. “E, tuttavia, prima di ogni altra cosa The Orbit è un simbolo: proprio come la Tour Eiffel. Ovvero, è un evento plastico che custodisce affioramenti improvvisi, significati lontani ma sempre attuali, suggestioni ancestrali e meteore ossessive, echi culturali e sogni collettivi. (NIENTEPOPODIMENOCHE!!!)”.
Naturalmente il tutto completato dal solito schemino disegnato, di fondamentale importanza per capire dove si colloca nella graduatoria degli edifici più alti del pianeta, verdetto tralaltro deludente (la Santa Piramide di Giza è ben più alta grazie a Dio).
Ci si lamentava della Tour Eiffel ed è arrivata Orbit, ci si lamentava del post-modern ed è rimasto solo il post, si cercava la Gerusalemme Celeste e ci si è ritrovati a Babele.
Syracusis anicula deos cotidie obsecrabat ut Dionysius, crudelissimus civitatis tyrannus, incolumis sempre esset diuque viveret. Dionysius, re nova cognita, mulierem in regiam adduci iussit precumque causam quaesivit. Anicula liberius respondit : “Olim Syracusis iniquus tyrannus imperium tenebat; cum e vita excessiset, ferocior tyrannus urbis arcem occupavit, ideoque vehementer cupiebam ut eius dominatus quam brevissimus esset. Sed postea habuimus te, omnium tyrannorum saevissimum et violentissimum. Ita deos pro tua salute obsecro, ne post mortem tuam tyrannus etiam peior civitati contigat”.
Cicerone
[L’autore di questo articolo andrà presto ad omaggiare il nuovo Tiranno].


[1] L’autore di questo articolo è con ogni probabilità Jacopo Costanzo.
[2]Vincenzo Trione è nato a Sarno nel 1972. Insegna Storia e progetto dell’arte contemporanea presso la Facoltà di Architettura “Luigi Vanvitelli” della Seconda Università degli Studi di Napoli.
[3] Vincenzo Trione, Orbit, la torre Eiffel di Londra, “la Lettura””, 17 Giugno 2012.

About Jacopo Costanzo

Jacopo Costanzo
Cofondatore di Polinice e del Warehouse of Architecture and Research_ warehousearchitecture.org

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