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Lui sì che capisce le donne

Si diceva la scorsa settimana di come i grandi registi si vedono quasi sempre alla distanza, di come l’esercizio del mestiere per un cineasta è solitamente più importante del talento e dell’ispirazione, e di come un grosso punto a favore di queste considerazioni siano le filmografie di tutti i grandi registi del cinema americano classico che hanno lavorato nel contesto industriale ed estremamente competitivo dello studio system.

Ampliando e restringendo allo stesso tempo il discorso della settimana scorsa, vorrei oggi parlare degli ultimi due film di uno di questi mostri sacri, ossia Alfred Hitchcock, due film che oltre a testimoniare, se mai ce ne fosse ancora bisogno, della grande maestria del padre naturale di Vicente del Bosque, danno una buona idea di come le opere precedenti e più celebrate di Hitch fossero probabilmente meno “pure” e più frutto di un compromesso della sensibilità dell’artista con il suo ambiente di lavoro.

I film dunque. Frenzy e Family Plot sono entrambi film che a prima vista risultano piuttosto omogenei col canone Hitchcockiano: il primo è la storia di un assassino e stupratore seriale, del commissario che gli dà la caccia, e dell’uomo ingiustamente accusato dei crimini, mentre il secondo parla di un duo di sequestratori smascherato da un’altra improbabile coppia di improvvisati detectives. Il tono di entrambi i film è ancora più ironico e sornione di quello di molti classici del regista, che come è noto si è sempre preso gioco di pubblico, personaggi e attori, e se in Frenzy l’effetto è piuttosto lugubre, Family Plot è a tratti una commedia senza se e senza ma. Due elementi però separano in maniera piuttosto brusca soprattutto Frenzy dal resto della produzione del regista, ossia tette e parolacce. Negli anni ’40 e ’50 ovviamente la censura era piuttosto rigida, ma col passare del tempo il costante tentativo di Hitch di spostare l’asticella dell’accettabile ebbe sempre maggior successo, tanto da arrivare nei suoi ultimi anni a poter fare riferimenti sessuali piuttosto espliciti, e a mettere sullo schermo un assassinio/stupro piuttosto grafico, con tanto di ghiandola mammaria in bella evidenza, condito da volgarità varie ed eventuali seminate per tutto il film. Ora non per dare del cafone al povero Alfred che sarà stato sicuramente una persona a modino (come del resto si può arguire dall’impeccabile aplomb di suo figlio di fronte a una delle più fortunose vittorie della sua carriera) ma la sensazione che questi film meno “per bene” rispecchino più fedelmente la sua sensibilità è forte, soprattutto se prendiamo in considerazione, come già detto, che la sua volontà di inserire elementi destabilizzanti anche nei suoi film classici e più “compìti” è evidente lungo gran parte della sua carriera. Doppi fondi tematici, allusioni più o meno trasparenti, e zone d’ombra varie sono elefanti nella stanza presenti in pressochè tutti i film del regista inglese e non è forse esagerato dire che vengono portati in primo piano nei suoi ultimi film, meno strettamente aderenti alle norme del bon-ton cinematografico americano d’antan (tanto è vero che Frenzy fu girato ed ambientato a Londra, un ritorno in patria atteso più di trent’anni e quasi altrettanti film).

Per quanto però io sia un grande fan in particolar modo di Frenzy, film sottovalutato che non posizionerei troppo sotto al gotha dei migliori film di AH, va detto che la maniera strisciante e subdola con cui riusciva a far permeare le sue perversioni nei suoi film è probabilmente uno degli aspetti più interessanti della sua produzione, e la liberatoria messa in mostra del lato più oscuro della sua sensibilità, per quanto con tutti gli occhiolini del caso (letteralmente: l’ultima inquadratura di Family Plot, e dunque della carriera di Hitchock è quella della protagonista del film che strizza l’occhio al pubblico) non sortisce sicuramente lo stesso effetto destabilizzante che la continua allusione ad esso riusciva ad evocare in capolavori come Shadow of a Doubt o Rear Window.

Ecco dunque che l’oggigiorno schifata qualifica di mestierante può essere considerata un importante fattore nel successo di uno dei più grandi autori del cinema di ogni tempo, il cui talento è stato probabilmente arricchito e non frenato dal costrittivo sistema economico/culturale in cui si è trovato ad operare. E’ ovviamente ben facile produrre l’esempio opposto di Orson Welles, il cui spropositato ego fu notoriamente stritolato dagli arcigni dirigenti della RKO, ma tendo a pensare che nella storia del cinema si possa più facilmente rinunciare a quella ristretta manciata di megalomani con ambizioni demiurgiche che non all’esercito di professionisti prezzolati che nel bene e nel male hanno modellato il destino della settima arte.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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