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Sufjan Stevens (Parte Prima)


Sufjan Stevens credo sia una delle migliori realtà della musica del nuovo millennio. Dietro la semplice etichetta di cantautore si cela un artista capace di scrivere con una semplicità disarmante brani minimali, delicati e emozionanti e all’occorrenza capace di intessere orchestrazioni di numerosissimi strumenti attingendo quando consono dalle esperienze musicali più disparate come il gospel, il jazz, il musical.
A Sun Came“, esordio discografico che vede la luce nel 2000, è un insieme di demo registrato con registratore a 4 piste. Il disco pur nella sua ‘sconclusionatezza’ presenta un’incredibile tenacia artistica. Penalizzato dalla sua lunghezza, questo disco ci mostra un artista che nonostante l’evidente pattern folk prova a sperimentare, anche se a volte con risultati mediocri. L’anno dopo Sufjan tira fuori il primo coniglio dal cilindro: con Enjoy Your Rabbit” presenta un lungo disco strumentale impostato sull’oroscopo cinese che è né più né meno un disco di elettronica, campo che rimarrà intoccato fino al nuovissimo “The Age of Adz”.

La fase dei capolavori comincia con “Michigan“, prodotto per l’etichetta creata ad hoc dal patrigno per dare l’occasione al figlio di spiccare il volo. Si capisce subito che questa è un’opera decisamente più matura rispetto ai precedenti album. La critica accoglie benevolmente il disco e, grazie alle insistenti voci che vogliono che questo sia il primo capitolo del folle progetto che dovrebbe portare l’autore a comporre un disco per ogni stato americano, Stevens comincia ad avere un buon seguito. La cifra stilistica inizia ad essere molto chiara; la fragilità delle composizioni dal tono pastorale, impreziosite da arrangiamenti lievi e intelligenti, crea un primo eccezionale caso di incontro fra sensibilità autoriale e capacità compostiva.

L’uscita di “Seven Swans“, secondo alcuni, smentisce parzialmente ciò che era stato espresso precedentemente. Il tema biblico-cristologico è primario e gli arrangiamenti vengono messi da parte per un approccio che spazia fra folk, country e gospel. Il banjo è il protagonista di questa nuova saga, caratterizzata dal prevalere della canzone cantautoriale. È sicuramente più coerente e compatto del precedente, ma è notevolmente meno versatile e interessante negli arrangiamenti.

La consacrazione totale del giovane Stevens arriva senza grossi proclami con “Illinois“, il secondo album della sua saga americana. Il concept è densissimo, non basta un’ora e venti di durata a districare il magma di materiale che si muove continuamente fra influenze già care  (folk, country, gospel) alle quali si aggiungono materiali di jazz e musical. La componente sonora esplode pur mantenendo logica e continuità, senza paura di spaziare liberamente fra generi e decadi differenti. A brani di fortissimo impatto musicale si alternano magnifiche ballate di una semplicità disarmante, ennesima riprova della bravura dell’artista che riesce a non abbandonarsi a follie megalomani e pacchiane anche in un opera ambiziosa come questa.




Luigi Costanzo

About Luigi Costanzo

Luigi Costanzo
Laureato in Lettere per hobby e per errore, fondatore di Polinice, collaboratore per Nerds Attack!, batterista di Departure ave. e The Wisdoom. Scrivo di musica, suono la musica, parlo di musica. Il resto del tempo mi annoio molto.

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