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Machiavelli: "Il Principe".



A partire dal XV secolo, si sviluppa in Italia una riflessione circa l’origine, la legittimità e la natura del potere. Tale riflessione si sviluppa a fronte del difficile contesto che, tra tensioni religiose, mancanza di unità e invasioni straniere, la penisola stava vivendo.

Emerge, a tal proposito, la figura di Niccolò Machiavelli (1469 – 1527). Questi fu protagonista (con alterne fortune) della scena politica di Firenze e condensò anni di esperienza nel trattato “Il Principe”, dedicato a Lorenzo de’ Medici.

La tradizione politica medievale aveva delineato il governante come una figura rispettosa del valori classici e cristiani, un individuo dunque, giusto, umano, generoso, devoto. In Machiavelli, tale catalogo di virtù viene radicalmente capovolto. Il principe è un cinico.

In effetti, Machiavelli è uno dei maggiori esponenti del realismo politico: la sua riflessione è prevalentemente ispirata dal confronto con la cruda realtà della storia. Il principe dunque, non può permettersi il lusso di agire con lealtà. Per quanto «sia laudabile in un Principe mantenere la fede, e vivere con integrità, e non con astuzia» (cap. XVIII) il suo compito è fondare lo Stato e conservarne l’autorità. Egli non è un tiranno: la sua vita è un continuo sacrificio in vista della difesa della ragion di Stato.

Ma da dove viene la necessità di una simile freddezza? Perché tanto cinismo? Perché, a dire di Machiavelli, l’uomo è essenzialmente malvagio: «un uomo che voglia fare in tutte le parti professione di buono, conviene che rovini fra tanti che non sono buoni» (cap. XV). Se il principe fosse clemente, il volgo darebbe sfogo alla propria violenza e il vivere sociale andrebbe in rovina. Non solo. Anche la sorte (fortuna) è un ostacolo sulla strada della ragion di stato: il governante deve saperla dominare plasmandola. Essa infatti è paragonabile a una donna: docile alla mano di colore che «con più audacia la comandano» (cap. XXV).

Si delineano così i tratti del Principe: egli deve saper essere astuto, fermo, risoluto, coraggioso. Deve sapersi muovere con l’astuzia della volpe e la forza del leone. Il governante deve saper dunque alternare comportamenti umani ad altri più bestiali, come leggiamo nel XVIII capitolo: «essendo adunque un Principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quella pigliare la volpe e il lione; perché il lione non si defende da’ lacci, la volpe non si defende da’ lupi. Bisogna adunque essere volpe a cognoscere i lacci, e lione a sbigottire i lupi».

Come conseguenza di tutto ciò, la religione diviene un mero instrumentum regni, una «cosa al tutto necessaria a volere mantenere una civiltà» (Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, I, 11). Allo stesso modo, la morale viene ridotta a puro utilitarismo.

Com’è chiaro, una posizione del genere risulta eccessivamente fredda: l’intera vita umana viene appiattita alla sfera politica, ogni slancio individuale viene castrato nel nome della ragion di Stato. Il realismo politico di Machiavelli è di certo apprezzabile e intellettualmente onesto. D’altra parte risulta essere oltremodo eccessivo.

Concludendo, credo sia però degno di nota un aspetto: nell’ultimo capitolo del Principe, intitolato “Esortazione a liberare la Italia da’ barbari”, la freddezza di Machiavelli scompare. Si fa, invece spazio un’ accorata esortazione affinché il popolo italiano si ribelli contro le dominazioni straniere e ritrovi così la sua unità. In tale esortazione trova posto anche una fede genuina, una sentita preghiera nella quale l’Italia «prega Dio che gli mandi qualcuno che la redima da queste crudeltà ed insolenzie barbare» (cap. XXVI).
Il cinismo lascia così spazio al fervore patriottico.


Giulio Valerio Sansone

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Giulio Valerio Sansone
Triennale in Filosofia a Roma, studente di Economia dell'Innovazione a Milano. Orgogliosamente parte della ciurma di Polinice dai suoi gloriosi albori. Vi fracassa le scatole un mercoledì ogni quattro.

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