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The clock hath ceased to sound

Ho scritto qualche tempo fa riguardo Distant Voices, Still Lives, primo film di Terence Davies, e ho nel frattempo cominciato a recuperare i suoi altri film. Se continua così vi beccate un post per ognuno dei suoi (s)fortunatamente non numerosissimi film, per cui meglio portarsi avanti col lavoro.

Uscito nel 1992, The Long Day Closes a prima vista riprende tematicamente e stilisticamente il discorso dove DV,SL lo aveva lasciato. Anche questo è un film autobiografico, centrato questa volta non sull’intera famiglia ma più specificamente sul minore di quattro figli di una madre vedova, educato in una scuola cattolica e appassionato di cinema, il che, Wikipedia alla mano, è un ritratto piuttosto fedele dell’infanzia del regista; l’atmosfera e il tono del film sono più leggeri rispetto al predecessore, dominato dalla tetra figura del padre, e la cosa si riflette anche sulle canzoni che vengono spesso intonate dai personaggi, che non conservano la climaticità e la tensione che avevano in Distant Voices, ma sono usate in maniera più casual per punteggiare l’andamento del film. Lo stile registico è in larga parte simile a quello del film precedente, caratterizzato da inquadrature solenni che spesso puntano a una bidimensionalità pressochè pittorica, tanto da rendere fortemente stranianti i pochi movimenti di macchina che invece “rivelano” la tridimensionalità dello spazio.

La differenza principale tra i due film sta nella struttura narrativa che in TLDC è contemporaneamente (e paradossalmente) più lineare e più libera; nessuno dei due film racconta una storia nel senso stretto del termine, ed entrambi mirano a creare una sorta di album di memorie, di istantanee collegate da un fil rouge tematico più che causale; in Distant Voices tuttavia, il centro di gravità è molto più forte, e nonostante la non-linearità cronologica delle scene, il rapporto degli altri membri della famiglia con il padre autoritario, prima e dopo la sua morte, resta la tematica di gran lunga principale del film, quantomeno a livello emotivo. The Long Day al contrario, pur rispettando una consecutio temporum più canonica, risulta un film molto più mercuriale, che attraverso gli occhi spalancati del Davies bambino spazia tra argomenti vari ed eventuali, rinunciando probabilmente al forte impatto simbolico del lungometraggio precedente, ma guadagnando una qualità composita che ricorda un po’ quella di certa musica a base di sampling (chessò, gli Avalanches), grazie anche ai frequenti inserti di battute e musiche tratti dai film che evidentemente il regista ricorda con più affetto dai tempi della sua infanzia.

Definire caleidoscopico un film così solenne e a tratti addirittura sacrale sarebbe forse esagerato, ma se messo a paragone con DV,SL, The Long Day Closes si mostra molto meno focalizzato e ossessivo nel ricreare la sua atmosfera, più prono a prendersi libertà e a divagare, il che lo rende un film dall’approccio molto differente, pur con tutti gli innegabili punti di contatto col suo predecessore.

Dovessi scegliere tra le due non scambierei la grande intensità di Distant Voices con l’approccio più eterogeneo di The Long Day Closes ma per fortuna il mondo è bello perchè è vario e abbiamo a disposizione entrambe le cose, non lasciatevi sfuggire questi gioielli.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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