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Downton train

Verso la fine di settembre ricomincia in Inghilterra Downton Abbey, serie giunta alla terza stagione tra ali di folla festante su entrambe le sponde dell’Atlantico, cosa piuttosto rara, sebbene in America il successo sia stato più critico che popolare.

Lo sceneggiato in questione è un drammone storico in costume, ideato da un nobile tory che cerca disperatamente di non apparire troppo all’antica e tendenzialmente fallisce vista la trasparenza con cui manipola il coinvolgimento morale/emotivo dello spettatore, che non ha mai davvero libertà di scelta su dove investire il proprio affetto. Il pater familias è un uomo retto e ragionevole, a volte un po’ rigido, altre debole, ma mai fino all’eccesso, la figlia maggiore viziata e insicura, ma dai sentimenti schietti e relazionabili, il cameriere gelido e macchinatore, portato all’egoismo dalla necessaria repressione delle sue tendenze omosessuali. Questi personaggi, così ben delineati e piuttosto prevedibili, risultano un po’ come degli ingranaggi in un meccanismo più grande, e sebbene questo fatto possa, soprattutto all’inizio, causare un po’ di alienazione nello spettatore abituato ad altre produzioni televisive più mercuriali e “moderne”, l’accettazione delle e quasi l’abbandono alle “regole” di Downton Abbey viene generosamente ricompensato da uno spettacolo sensorialmente sontuoso e da un senso di grandeur che difficilmente il piccolo schermo sa regalare.

Ambientato in una casa nobiliare di campagna, e tematicamente incentrato in larga parte sul dualismo della vita di servitori e serviti, Downton Abbey ricorda sin da subito i film Ivory-Merchant, in particolare Quel che resta del giorno, anch’esso storicamente collocato e con la servitù in primo piano; quel che più stupisce è quanto, pur dovendosi districare, come è inevitabile, tra le minuzie delle trame e sottotrame televisive, la serie riesca, molto cinematograficamente, a conservare un impatto d’insieme piuttosto unitario, un portamento distinto addirittura, che sicuramente gli deriva dalla sua lussuosa confezione.

Come del resto è nello spirito della serie, la regia e la fotografia di Downton Abbey non sono particolarmente avventurose: i registi si concedono l’occasionale esplorazione ininterrotta di un salone affollato, e gli establishing shots sono usati più come un vezzo che come una necessità, ma in generale nessuno si prende troppe libertà, e lo stile molto classico che ne risulta contribuisce notevolmente alla maestosità che complessivamente caratterizza lo show. La fotografia sfrutta al massimo le fantastiche ambientazioni e i bellissimi costumi, dona un’aria nobiliare anche alla più umile delle servette e in generale ingloba il mondo in cui gli eventi hanno luogo in un atmosfera ai limiti dell’immaginario, nonostante i riferimenti storici, costanti soprattutto nella seconda serie ambientata durante gli anni della grande guerra. Ottima anche la colonna sonora simil-Nyman.

Si tratta dunque di una serie piuttosto rigida, da cui non bisogna aspettarsi troppi sottotesti o messaggi tra le righe, ma se presa per la sontuosa giostra di intrighi a palazzo che è, Downton Abbey si rivela un grande spettacolo, che speriamo si confermi a buoni livelli nel futuro.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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