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Things we lost in the fire

E’ un po’ velleitario cercare di scrivere qualcosa su un film come The Dark Knight Rises a così breve distanza dalla sua uscita. Un film di questa magnitudo non ha né bisogno né timore di alcuna opinione, e il polverone alzato impedisce anche alla più sensibile ed acuta analisi di essere riconosciuta come tale. Allo stesso tempo non mi capita troppo spesso in questa sede di poter/voler discutere di un film così caldo (o fresco, a seconda dei gusti), per cui penso che coglierò l’opportunità anche a rischio di essere, ancor più del solito, una goccia nell’oceano.
Ho cercato di evitare riferimenti troppo espliciti alla trama del film, ma non posso garantire al 100% l’appropriatezza di questo post per chi di voi sia particolarmente sensibile agli spoiler, per cui se non volete sapere nulla prima di entrare in sala è meglio interrompere la lettura.

Parto premettendo che, come tanti, ho adorato il capitolo precedente della trilogia, un film che, meritandolo in pieno, ha riscosso un successo sia economico che di reputazione mirabolante. Sono meno convinto delle qualità di Christopher Nolan come filmmaker. Con poco più di dieci anni di attività alle spalle non mi sembra ingeneroso considerarlo ancora una promessa, e ci sono diverse sue idiosincrasie che vorrei vedere lasciate alle spalle prima di cominciare ad acclamarlo come un grande maestro.

The Dark Knight Rises, ahimè, non è un passo nella giusta direzione per il consolidamento del suo status, e l’unica consolazione deriva dal fatto che sinceramente il film non mi ha dato l’idea di essere un progetto particolarmente sentito dal regista, al contrario del precedente e pur lungi dall’essere perfetto Inception.
Lo stacco tra questo ultimo capitolo e i due precedenti nella trilogia dedicata all’uomo pipistrello è infatti abbastanza evidente, e si manifesta innanzitutto nell’impatto visivo del film, molto meno notturno e “a fuoco” rispetto al passato, primo segnale di una pellicola disamorata dei suoi stessi personaggi, e in particolar modo del protagonista, che di un look gotico e fortemente urbano aveva fatto un trademark. TDKR non è un film brutto a vedersi, e anzi, a conti fatti la fotografia di Wally Pfister ne è probabilmente l’aspetto più gradevole, ma l’evidente stacco tra la cupezza quasi espressionista di TDK e questo look più quotidiano marca la netta sensazione che la conclusione della saga sia un atto dovuto più che voluto da parte di un regista che, nel tentativo di legare meglio possibile i fili lasciati in sospeso, ha un po’ tralasciato di curare l’atmosfera e l’estetica del film, privandolo dunque di una delle caratteristiche che più avevano contribuito alla riuscita del predecessore.

Un tratto che accomuna TDKR alla produzione extra-Batman di Nolan è invece la fin troppo elevata considerazione che il regista inglese ha delle sue capacità di sceneggiatore. Non c’è bisogno di prestare particolare attenzione alla filmografia di Nolan per rendersi conto che al “ragazzo” piace raccontare storie complicate in maniere complicate; per molti questo è uno degli aspetti più intriganti del suo cinema, e non si può certo negare il virtuosismo narrativo di un film come Memento. Per quanto mi riguarda tuttavia, questa sua inclinazione è stata più di una volta portata ad eccessi sgradevoli in film come The Prestige, o, in parte, nel sopracitato Inception. The Dark Kight Rises non giunge agli estremi di questi film, ma mostra un’analoga indulgenza degli sceneggiatori nei confronti delle loro trovate.
Da una parte, il susseguirsi di colpi di scena diventa piuttosto patetico, e, senza che gli ideatori si rendano conto dell’ironia della cosa, a un certo punto ci viene rifilata addirittura una variazione sul classico tema del “sono tuo padre”, svolta questa, non solo insostanziale e senza effetti tangibili sullo sviluppo della trama, ma addirittura dannosa perchè svilisce notevolmente il contributo di uno dei personaggi principali del film.
Questo ci porta al secondo, e più importante difetto dello script, ossia l’evidentissimo affollamento di personaggi che si contendono la ribalta. Avere un cast corale non è certo un difetto di per sé, e posso anche tralasciare il fatto che chiunque si poteva ragionevolmente aspettare una più marcata centralità di Bruce Wayne/Batman, per quanto la cosa mi rafforzi l’opinione di cui sopra di un disamoramento del cineasta nei confronti del protagonista, e renda l’inevitabile ruolo di deus ex machina affidato all’eroe più forzato di quanto dovrebbe.
Il problema vero, dunque, risiede nel fatto che i personaggi, più che collaborare alla tessitura di una trama, competono fra di loro in maniera distruttiva, e il sovraffollamento di sottotrame dona alla pellicola una ponderosità e una lentezza non sostenute da una particolare profondità di pensiero, col risultato che la lunga ascesa climatica verso la sezione finale del film, con l’intervento decisivo dell’eroe, finisce per soffocare la desiderata ma non ottenuta magniloquenza della risoluzione. La poca chiarezza nelle priorità della storia porta oltretutto a sacrificare l’immenso talento combinato del cast, che ammonta a meno della somma delle sue parti per la goffa e stridente maniera con cui la sceneggiatura fa convivere i personaggi.

Aggiungiamo il fatto che, senza andare nei dettagli, la storia del film è quella di un miliardario che rischia la sua vita per ristabilire l’ordine in una città gettata nel caos da un criminale che, con la scusa del sovvertimento dell’ordine sociale, trama in realtà la distruzione della città stessa, e ne viene fuori un film, che oltre ad essere troppo lungo e pedante, stilisticamente né carne né pesce e narrativamente confuso e impacciato, ha anche delle tendenze controriformiste piuttosto trasparenti e ottuse.

Avrete capito come la delusione per il sottoscritto sia stata davvero cocente. A questo punto sono sinceramente più curioso di vedere il venturo debutto alla regia del direttore della fotografia dei film di Nolan che non il prossimo progetto del regista britannico.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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