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Brave girls run (In my family)

Puntuale come ogni anno è arrivato nelle sale il nuovo film della Pixar, lo studio d’animazione che, per i meno informati, ha in passato prodotto film come Toy Story o Alla ricerca di Nemo. Metto subito le carte in tavola; sono un loro fan sfegatato, credo che l’esistenza e lo straordinario successo di pubblico dei loro film sia un grosso argomento a favore dell’ardita tesi che il mondo non sia dopotutto una merda. Si fa un gran parlare della mancanza di icone e/o portavoce per la nostra generazione, ma, qui lo dico, Jim Morrison e Kurt Cobain a Rex, Dug e Wall-E je spicciano casa.

Il nuovo film, dunque. Si intitola Brave e racconta la storia di una rossocrinita principessa scozzese di nome Merida e del suo rifiuto del ruolo “istituzionale” che sua madre cerca di imporle tentando di mitigare la sua natura ribelle e anticonformista.
Ora, non c’è bisogno che vi dica che l’iniziale contrasto con la madre (doppiata dalla sempre incantevole Emma Thompson) si risolverà in una lacrimevole scena di riappacificazione che giunge a conclusione di vicissitudini varie ed eventuali, ma la relativa prevedibilità della trama è solo in parte una limitazione, e permette al film di esplorare temi che lo studio non aveva ancora toccato nella sua ormai quasi ventennale attività cinematografica.
Brave ha infatti almeno due caratteristiche che lo differenziano notevolmente da tutti o quasi i precedenti film Pixar: innanzitutto, cosa completamente inedita, la protagonista è una donna, e in secondo luogo i personaggi sono esseri umani organizzati in una società, fatto non completamente senza precedenti (che sono comunque eccezioni) ma articolato in questo film in maniera molto più letterale e “realistica” che in passato. Gli Incredibili sono sì uomini, ma hanno poteri speciali e sono emarginati dalla società, mentre le formiche di A Bug’s Life e i mostri di Monsters Inc. sono sì organizzati in società, ma queste hanno ovviamente prerogative molto peculiari.
In Brave, dunque, Merida subisce una costrizione da parte della società, personificata dal role model della madre, che la vorrebbe più stereotipicamente femminile. Nel tentativo di sfuggire a questa costrizione la principessa combina il pasticcio che dà il via alle (dis)avventure che costituiscono il grosso del film, salvo poi rendersi conto che, dietro le apparenze, non tutti i sacrifici e i compromessi richiesti dalla società sono fini a sé stessi, e che a patto di mantenere una propria “purezza” e fedeltà a sé stessi, alcuni di questi compromessi servono a permettere un coesistere sufficientemente armonioso delle parti della società.

Se questo schema narrativo difficilmente stupirà qualcuno, vanno però notate due cose. Punto primo la parabola di Merida assomiglia molto da vicino a quella della Pixar sia come azienda che come entità creativa. Nei primi anni ’00, dopo il successo delle prime pellicole, ci fu infatti un lungo contenzioso tra il “piccolo” studio e il colosso Disney circa le condizioni contrattuali della partnership tra le due aziende. I punti più scottanti riguardavano i diritti su storie e personaggi, il periodo di lancio dei film, e più in generale il livello di indipendenza della Pixar dall’ingombrante socio d’affari. A condurre la trattativa fu in larga parte Steve Jobs, all’epoca amministratore delegato e azionista di maggioranza dei nostri, nonché dedicatario di Brave, che arrivò al punto di dichiarare pubblicamente l’interesse della Pixar in altri partner commerciali, e insistette perchè il lancio di Cars fosse ritardato dal periodo previsto di fine 2005 a quello, più lucrativo, di metà 2006. Dopo tutta la fanfara, la conclusione “tarallucci e vino” fu che Disney acquisì Pixar a inizio 2006, non però senza dover lasciare sul campo importanti concessioni contrattuali, come il mantenimento della sede nella zona di San Francisco invece che Los Angeles e un controllo artistico garantito dalla presenza di due uomini Pixar al vertice dell’intera divisione di animazione della Disney.

Questa vicenda affaristica rispecchia del resto lo status di uno studio che ha una media di incassi per film strabiliante, ha creato personaggi conosciuti da bambini e adulti in tutto il mondo, e tuttavia mantiene intatto un candore e una purezza artistiche che sono il commovente marchio di fabbrica di tutti i film che produce.
Il compromesso, lo scendere a patti con la realtà, sembra dirci la Pixar, non è necessariamente una resa, e Brave rappresenta un po’ una lectio magistralis, un po’ un’autocelebrazione di una filosofia che mischia arte e affari con una grazia assolutamente fuori dal comune. [Continua la settimana prossima]

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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