Home / Musica / Young Hearts Sparks Fire

Young Hearts Sparks Fire


Il 2012, come ogni ‘musicanno’ che si rispetti, è fatto di delusioni, conferme, scoperte e rivalutazioni. Tirando un bilancio un po’ prematuro (sappiamo che sorprese può regalarci la fine dell’anno, vedi ‘El Camino’ dei Black Keys, uscito il 6 Dicembre del 2011), possiamo dire di essere delusi dall’orribile nuovo singolo degli XX (ancora non ce l’ho fatta ad ascoltare il disco), e che abbiamo avuto conferma che, sì, i Killers fanno veramente cagare e che, sì, i Wild Nothing sono qualcosa di più di una indie-pop band qualsiasi.

Ma la conferma, quella che ti fa sorridere e pensare che di tanto in tanto, per fortuna, ci sono ancora band che azzeccano il secondo disco dopo il primo, viene da Vancouver. Stiamo parlando dei Japandroids, un duo chitarra e batteria che con il primo ‘Post Nothing’ aveva fatto parlare molto bene di sé, ricevendo il successo soprattutto grazie alla benedizione di Pitchfork (famoso sito americano; spero di specificare solo per mia madre, ndr), ormai massima autorità della critica musicale mondiale.

La storia di ‘Post Nothing’, infatti, è piuttosto curiosa. L’inizio è quello che vede accomunate pressoché tutte le band del nuovo millennio, un gruppo che mette da parte dei soldi per registrare il disco, e che prova a farlo distribuire poco tempo dopo. L’aspetto curioso tuttavia è che Brian King e David Prowse non volevano passare alla fase di distribuzione, discretamente frustrati per l’impossibilità di riuscire ad ottenere dei risultati con la loro musica. Proprio quando la band decise che la fine dell’anno sarebbe stata anche la fine del gruppo, Pitchfork inserì il singolo ‘Young Heart Sparks Fire’ all’interno della categoria ‘Best New Music’. Immediatamente ‘Post Nothing’ fu ristampato dalla Polyvinyl Record. Il 4 Agosto 2009 il primo disco di una band sul punto di chiudere i battenti era in vendita all’interno dei circuiti alternativi di tutto il mondo. Il disco, lo-fi per necessità, è energico, ruvidissimo, rumorosissimo, ma estremamente catchy. Le linee vocali sono decisamente più vicine all’emo che al noise rock , lasciando un eco di ritornelli nella testa dell’ascoltatore. Il gruppo non si perde mai in fronzoli inutili, ed è questo senza dubbio il merito del duo, il fare pezzi potenti e orecchiabili come se fossero suonati da due macellai, o ancora meglio da due adolescenti incazzati (e che vi piaccia o no il rock è roba da adolescenti).

Dopo un tour estenuante, un’ulcera perforata, un disco contenente le prime demo della band francamente evitabile, i Japandroids son tornati quest’anno con l’attesissimo ‘Celebration Rock’. Il disco ripete sostanzialmente la formula del precedente con una serie di piccole migliorie. Pur mantenendosi molto ruvido, ha una qualità sonora mediamente più accettabile, cosa che mette in rilievo l’ottima capacità che il gruppo ha nel trovare soluzioni melodiche vincenti. ‘Celebration Rock’, come da titolo, vive di moltissime soluzioni corali, i testi parlano delle classiche tematiche post-adolescenziali (cosa che continua a farmeli accumunare ad alcuni gruppi emo), di bevute, di sesso, di cose che accomunano  un po’ noi ventenni di tutto il mondo. Una bella conferma, un secondo disco, breve, diretto, vincente, da cantare in macchina, ma soprattutto – se siete a Roma – da vedere dal vivo il 18 Ottobre al Lanificio.

Luigi Costanzo

About Luigi Costanzo

Luigi Costanzo
Laureato in Lettere per hobby e per errore, fondatore di Polinice, collaboratore per Nerds Attack!, batterista di Departure ave. e The Wisdoom. Scrivo di musica, suono la musica, parlo di musica. Il resto del tempo mi annoio molto.

Check Also

Beck – Sea Change (2002)

Beck negli anni Novanta fu uno degli idoli assoluti della Generation X, l’autore paradigma di ...