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Un barile al giorno non leva il problema di torno

L’attuale crisi economica con le vertenze Alcoa, Ilva, Fiat e similari lo ha ribadito ulteriormente, l’Italia è in crisi energetica e da qui ne segue la mancanza di crescita. I dati sono ineccepibili e difficilmente possono esser contestati perché provenienti da vari studi di settore sia pubblici che privati ed affermano che produrre in Italia costa minimo il 30% in più che in altri paesi europei.

Lo scorso governo aveva messo in campo il nucleare, bocciato nel 1987 da un referendum abrogativo e confermato nel 2009 con una schiacciante maggioranza. Sebbene ambientalisti ed esperti del settore abbiano messo in campo varie proposte alternative, nulla sembra poter competere nella produzione energetica nostrana con i “combustibili fossili”, di fatto al momento manca la completa alternativa a tale forma produttiva per il raggiungimento del fabbisogno nazionale da parte delle energie rinnovabili. Come “fossili” vengono definiti quei “combustibili” che derivano dalla carbogenesi di una sostanza organica, seppellitasi per ere geologiche, in molecole più stabili ricche di carbonio.

Secondo dati statistici del 2007, il prezzo medio dell’energia elettrica in Italia è il più alto in Europa calcolando sul piano domestico. Nell’ambito produttivo tale dato non varierebbe se non nel caso lo Stato italiano non si facesse carico del surplus dei costi a forma d’incentivi a favore degli investimenti industriali. L’acutizzarsi della crisi dei debiti pubblici e le ferree regole sulla libera concorrenza correlate da limitazioni ad interventi pubblici da parte dell’Unione Europea rendono non più usufruibili forme di promozione d’incentivi energetici da parte dell’Italia. Ne deriva dall’analisi finora affrontata del “problema energia” che la dipendenza strutturale della penisola italica dall’estero è pari al 76,7% lordo su base annuale e che con tali mancanze è praticamente utopica la prospettiva di una qualsiasi crescita economica sul piano industriale. Con questo pesantissimo fardello deve far i conti l’attuale governo tecnico.

Ora sarebbe da chiedersi: chi meglio di un esecutivo tecnico possa affrontare il problema della sudditanza energetica dall’estero. Eppure al momento pare che esso viva in uno stato di schizofrenia. Da un lato il Ministero per lo Sviluppo Economico retto da Corrado Passera afferma in forma ufficiale l’intenzione di transitare e diminuire il nostro fabbisogno energetico attraverso il potenziamento delle rinnovabili (senza alleggerirne però il carico burocratico), dall’altro nel Decreto “Cresci Italia” prospetta e apre la via alle richieste di estrazione di petrolio nelle terre e nei mari italici. Come facilmente potrete intuire il piano per l’unità energetica nazionale favorisce di gran lunga il secondo aspetto sopracitato, con uno slogan che potrebbe essere: “Più trivellazioni per tutti”.

Attualmente nella quasi totalità delle Regioni italiane sono attive piattaforme di estrazione con benefici apparentemente indecifrabili dal punto di vista del costo dell’energia per industrie e consumatori. L’articolo del 35 del Decreto Sviluppo promosso e redatto dal Ministro per lo Sviluppo economico Corrado Passera agevolerà, l’approvazione è quasi certa vista l’ampia maggioranza parlamentare, la possibilità di ricerca e perforazione del territorio e dei mari italiani.

Al momento dai dati raccolti dall’associazione Lega Ambiente nel Rapporto del corrente anno “Trivella Selvaggia” sono circa settanta le richieste di ricerca per la perforazione a fini di estrazione. Personalmente dal Rapporto dell’associazione ambientalista ho calcolato che sono interessati circa 30.000 Kmq di mare concessi alla ricerca e perforazione per l’estrazione di idrocarburi. Gli investimenti sarebbero pari a 15 miliardi di euro e creerebbero secondo il Ministero per lo Sviluppo economico 25.000 posti di lavoro.

Si potrebbe pensare che il prezzo da pagare sia adeguato al rischio, ma su stessa indicazione del Dicastero con sede nella via della Dolce Vita la prospettiva si articolerebbe in 7 anni per il gas e 14 per l’olio. A ciò va aggiunto che le royalties (Imposte dirette di produzione) sono pari al 4% ove il nostro paese leader in tutte le classifiche di tassazione farebbe pagare alle compagnie petrolifere la metà di quanto imposto dagli Stati Uniti d’America e dall’Australia. Se come evidenziato dallo stesso Ministero dello Sviluppo economico sui nostri fondali sono certe solamente 10,3 milioni di tonnellate che potrebbero contenere e supportare l’attuale fabbisogno energetico per due mesi.

A pagare il prezzo più grande è la Sicilia che per i suoi mari è al centro di metà delle richieste di estrazione di idrocarburi, con notevoli problemi che ne potrebbero derivare per turismo e pesca. Turismo e pesca che nell’isola più grande del mediterraneo hanno una forza maggiore ben più ampia dei 25.000 ipotetici posti lavoro che sarebbero indotte dalle trivellazioni.

Se ora continuate a chiedervi quale sia la risposta alla dipendenza energetica la mia risposta è la stessa che do a molti altri interrogativi durante i nostri tempi: l’Europa. L’Europa se davvero fosse unita anche dal punto di vista energetico potrebbe rendere il fabbisogno collettivo la metà dell’attuale con imposizioni e direttive in campi come l’edilizia e le rinnovabili capaci da salvaguardare anche territori e mari del vecchio continente. Quanto al governo posso solo affermare che l’idea di un impianto di trivellazione a largo delle Isole Egadi mi fa schifo quanto una discarica a pochi passi da Villa Adriana.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

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