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Brave girls run (In my family). Parte seconda

[Continua da qui] Il secondo aspetto molto rilevante di Brave, è, come abbiamo detto, la forte impronta femminile, frutto probabilmente del fatto che la co-sceneggiatrice e co-regista è una donna. A onor del vero Brenda Chapman ha abbandonato la produzione a metà dell’opera, ma visto il risultato finale non è forse troppo azzardato supporre che per quell’epoca il suo marchio sul film lo avesse già abbondantemente lasciato.

Chiariamo subito: come abbiamo visto la settimana scorsa, ad aspettare messaggi sovvertitori o prese di posizione radicali da parte della Pixar ci si può tranquillamente fare vecchi e nel loro ultimo film non assistiamo a nessun particolare sconvolgimento dei gender roles o ad alcuna riflessione critica a riguardo. In un mondo come quello dell’intrattenimento pop però, che alle donne più o meno giovani riserva un trattamento nella maggior parte dei casi oscillante tra indifferenza e condiscendenza, un film che proponga dei valori alternativi, lontani sia da quelli patriarcali, sia dal grottesco rovesciamento che di questi è stato fatto dalla società consumistica, rappresenta un’eccezione da rimarcare nel solito mare di brave ragazze acqua e sapone, tettone esperte di kick-boxing, e upper-east-siders patite di shopping.

La strada percorsa dal film per emanciparsi da questi stereotipi è quella di un equilibrio tra i vari impulsi che se seguiti fino alle estreme conseguenze finiscono col distorcere i personaggi nei clichè di cui sopra, e visto il contesto fiabesco Brave non disdegna la forma della cautionary tale per portare a casa il punto.
Ecco dunque che lo strappo, metaforico e letterale, da cui nascerà la discordia tra Merida e la madre, è causato da un atto di violenza che la principessa commette verso i sui pretendenti. Si tratta di violenza psicologica e non fisica, ma nel momento in cui Merida decide di umiliare i rampolli degli altri tre clan sconfiggendoli in una competizione con le armi, involontariamente accetta le regole del patriarcato che la opprime, e che assurdamente collegano all’abilità guerresca il diritto al potere: se non è giusto che il migliore arciere abbia in sposa la principessa ed erediti il regno, alla stessa maniera la scarsa abilità dei tre rampolli non può essere il motivo del rifiuto di Merida. La regina, pur essendo petulante e inquadrata nel sistema patriarcale, comprende questo fatto e rimprovera sua figlia, che però, accecata dal risentimento, non comprende le motivazioni della madre e decide di prendere iniziative che si riveleranno poi decisamente controproducenti.

Questa contrapposizione tra la saggezza asservita della regina Elinor e l’istintiva ribellione della principessa Merida ricorda un po’ il confronto tra Jane Austen e Charlotte Bronte che Virginia Woolf fa in Una stanza tutta per sé. Se, usando le parole della scrittrice, “forse era nella natura di Jane Austen non desiderare ciò che non aveva” e se al contrario la Bronte “è in guerra con il proprio destino. Come potrebbe non morire giovane, contratta e frustrata?”, in Brave, che è pur sempre un esercizio nella nobile arte del lieto fine, il compromesso tra le due nature viene raggiunto e il talento irrequieto di Merida/Charlotte viene temperato dal paziente amor fati di Elinor/Jane. La positiva risoluzione giunge al termine di un percorso segnatamente intrapreso e portato a fruttuosa conclusione senza alcun intervento o aiuto da parte dei personaggi maschili, incluso il re che pure viene dipinto come un uomo di buon cuore, e con la trascurabile eccezione dei fratellini che sono troppo piccoli anche solo per parlare e agiscono comunque per pur buffo tornaconto personale.
La maniera classicamente machista di risolvere i problemi, ossia la caccia in branco a un mostro che non esiste o non è quello che sembra, viene ridicolizzata, e per far fronte alla benintenzionata foga del padre che per proteggerla l’aveva confinata nel castello, Merida è costretta a rispolverare la sua abilità con le armi, questa volta in funzione di difesa anziché offesa, dimostrando che una strada diversa esiste, è percorribile, e che a mostrarla al mondo potrebbe/dovrebbe essere una categoria di persone, le donne, che nella storia ha sempre guardato “dagli spalti” il tragico naufragare degli spicci metodi maschili. Una visione, mi rendo conto, fin troppo ottimista, che potrebbe arrivare addirittura a far sostenere una differenza radicale tra le “nature” maschile e femminile. Personalmente non credo in questa differenza, ma sono abbastanza convinto che le donne, più degli uomini, abbiano la possibilità di non fare per scelta tutta una serie di cose che in passato non hanno potuto fare per costrizione, e che da questa capacità di non lasciare che l’emancipazione consumi la sua vendetta nei confronti della discriminazione dipenda una certa fetta del futuro dell’umanità.

Per vostra fortuna sono finalmente giunto alla conclusione di questo prolisso doppio post. Non ho fatto in tempo a dire che l’animazione di Brave è un qualcosa di fuori dal mondo, né che il movimento dei capelli di Merida, marchio di fabbrica del film fin dalle primissime battute, ha un che di trascendente, e nemmeno, più in generale, che la Pixar si conferma anni luce avanti al resto del mondo nel mischiare arte e tecnologia, ma non fa niente.
Il fatto che su di un episodio tutto sommato minore nell’opera dello studio io mi sia così dilungato probabilmente dice di più della mia adorazione che non della qualità del film, ma anche provando a fare una tara al mio entusiasmo credo che il giorno in cui un film Pixar non meriterà queste ed altre attenzioni sia molto lontano, e che vi fareste un grosso torto a non dedicargliele voi stessi.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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