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Radiohead Live @ Roma 22.09.2012

Se i miei genitori fossero degli appassionati di musica forse mi avrebbero raccontanto di quella volta in cui hanno visto i Pink Floyd in una Venezia surreale (ok, non c’era più Waters, ma chi di voi non sarebbe andato?), o magari dello storico concerto dei Talking Heads del 1980, a pochi mesi dall’uscita di ‘Remain in Light’, o, che ne so, i Clash al Palasport di Milano nel 1984. E invece niente, forse meglio così, probabilmente sarei stato solo invidioso.

Ecco sono sicuro che se e quando avrò un figlio, un nipotino, qualcuno a cui tramandare qualcosa, io gli racconterò di quella volta in cui ho visto i Radiohead a Roma. Quella volta in cui aspettavamo tutti da quasi un anno, perché doveva essere a Luglio, ma fu rimandato a causa della morte di un uomo del loro staff, avvenuta prima di un loro concerto a Toronto dopo il crollo del tetto del palco. Gli racconterò che eravamo quasi trentamila e con me c’era un sacco di gente, gli racconterò di quel mio amico che ha comprato il biglietto tre volte,  di quell’altro che è l’unico rimasto deluso dalla serata (per altro scrive proprio per questo blog), del Caffè Borghetti entrato di straforo, di quel ragazzo che voleva per forza sentire ‘The Daily Mail’ e se l’è ritrovata in scaletta (sì, quella dedicata a Berlusconi, ma di questo non parleremo), e della mia ragazza che aveva fatto i panini, e dei miei amici che non volevano far entrare.

Quando c’è un concerto di questa portata comincia tutto molto prima, ma molto prima. Io volendo arrivare nelle prime file, ma non volendo neanche esagerare con l’apprensione avevo previsto di arrivare alle 16.30, all’apertura dei cancelli. Ovviamente quello che non prevedi accade regolarmente, e le 16.30 diventano le 17.30 con una facilità impressionante. Pagata la solita cifra criminale per un parcheggio e fatto un giro lunghissimo per raggiungere l’entrata, scegliamo la nostra zolla di terra che non abbandoneremo per le tre ore successive. Devo ammettere che mi aspettavo un’organizzazione ben peggiore di quanto mi è sembrato di vedere. Ok, un po’ di caos è stato inevitabile ma rispetto ad altri concerti visti nel Bel Paese almeno le ore precedenti al concerto sono state accettabili.
Quando attacca Caribou, o i Caribou (vi spiego, Daniel Victon Snaith si faceva chiamare Caribou prima di avere una band, però ha salutato il pubblico dicendo ‘We’re Caribou’) il volume è ancora troppo basso e il brusio ancora troppo forte per apprezzare al meglio il compositore canadese e la sua band. Prestando attenzione più alla musica che alla caciara però ho la conferma dell’immensa qualità del fantasioso matematico che si nasconde dietro tanti pseudonimi. Ipnotici, ballabili, tra IDM, kraut e psichedelia, Caribou con la band dimostra di saper riproporre in una veste estremamente efficace il lavoro in studio.

Poi, dopo meno di un ora, arrivano i Radiohead. Lotus Flower. E comincia tutto. Gli schermi sospesi, il suono perfetto, le interpretazioni impeccabili. Il miglior gruppo esistente in questo momento. I nostri Pink Floyd. Il nostro gruppo ‘popolare’ ma anche ‘intellettuale’ di punta. Thom Yorke, Johnny Greenwood, Ed O’ Brien, Colin Greenwood, Phil Selway, e l’aggiunto batterista Cleve Deamer (Portishead) sono in una forma strepitosa. A ’15 Step’, terzo pezzo in scaletta, sono già estasiato. L’insieme visuale e musicale è di una perfezione mai artefatta ma perfettamente armoniosa. I Radiohead passano in rassegna soprattutto gli ultimi tre dischi, non dimendicando i due inediti dei magnifici ‘Live From The Basement’. Fra i classici c’è la memorabile ‘Planet Telex’ addirittura da The Bends, la attesa ‘Paranoid Android’, e quello che forse è stato l’acme emotivo del concerto: ‘Exit Music’ (for a Film), in un’esecuzione indimenticabile. ‘Kid A’ viene chiamato in causa con la titletrack e la celeberimma ‘Idioteque’, per poi essere ripescato per la memorabile chiusura con ‘Everything in Its Right Place’. Le bellissime ‘Weird Fishes/Arpeggi’, ‘Nude’, ‘House of Cards’, ‘Reckoner’ dimostrano ancora una volta quanto ‘In Rainbows’ sia tranquillamente annoverabile fra i dischi imprescindibili che i Radiohead hanno composto nella loro carriera. 

Tutto ciò che ho provato oltre a quello che si può riportare va molto oltre le mie capacità espressive e lo lascio ai vostri ricordi o, se non c’eravate, alla vostra immaginazione.

Ah,! Chi si è lamentato perché riteneva che dovessero fare più ‘classici’ non conosce il significato della parola ‘arte’.


Luigi Costanzo

About Luigi Costanzo

Luigi Costanzo
Laureato in Lettere per hobby e per errore, fondatore di Polinice, collaboratore per Nerds Attack!, batterista di Departure ave. e The Wisdoom. Scrivo di musica, suono la musica, parlo di musica. Il resto del tempo mi annoio molto.

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