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Angoscia!

“Angoscia” deriva dal latino “angustia”. Ha la stessa radice di “angusto” e del verbo – sempre latino – “angere”. 
“Angere” vuol dire stringere, costringere, soffocare. Prova “angoscia” chi si sente soffocare, oppresso da un problema che non è in grado di focalizzare. Qui sta la grande differenza tra la paura e l’angoscia. La paura è sempre paura di qualcosa. Si ha paura di un esame, di ingrassare, di morire, di incontrare una persona poco gradita.  La paura inquadra la propria causa nitidamente e scompare quando il problema viene soppresso.
Nel caso dell’angoscia, non si può dire lo stesso. Il soggetto angosciato è irrequieto, o meglio, in-quieto: non conosce pace ma non gli è ben chiaro il perché. Di base verrebbe da dire che l’angoscia sia un tipo di paura priva di oggetto. In realtà una simile definizione è approssimativa. L’angoscia è paura di niente. Non è forse la stessa cosa? No. Il niente è qualcosa. Come lo zero è un numero, anche il niente è un ente. È un non-ente.
Detto ciò, possiamo provare a dare una definizione più precisa: l’angoscia è un sentimento di disagio nei confronti di un oggetto molto particolare, il niente.

Mi chiederete: «Ma con la crisi che c’è, con tutti i casini che c’abbiamo, come caspita ti è saltato in mente di scrivere proprio di “angoscia”? Non potevi continuare con quei tuoi – pallosissimi ma tanto rassicuranti – pistolotti sulla filosofia del linguaggio?».

L’obiezione è fondata.
Eppure, l’articolo di oggi era una necessaria premessa per trattare un tema che mi è molto caro, quello del niente, appunto, e di come Martin Heidegger lo affronti in «Che cos’è metafisica». Arrivederci a mercoledì prossimo.

Giulio Valerio Sansone

About Giulio Valerio Sansone

Giulio Valerio Sansone
Triennale in Filosofia a Roma, studente di Economia dell'Innovazione a Milano. Orgogliosamente parte della ciurma di Polinice dai suoi gloriosi albori. Vi fracassa le scatole un mercoledì ogni quattro.

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