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17 ragazze

La prima parola che viene in mente ricordando questo film è: capelli.
I capelli delle sedicenni francesi sembrano essere tutti così: che siano biondo cenere, sciolti, raccolti in un piccolo chignon sbilenco, o di un castano scuro attraversato da una sottilissima riga – quello della sospettabile sorella Garrel – sono tutti lunghi e ordinatamente spettinati, come la pellicola delle quarantenni Coulin.
A Lorient l’aria odora di pesce e le ragazze passano i loro pomeriggi sedute sul letto in silenzio, in stanze spoglie e insipide, dove pure i peluches sembrano essere scappati aggrappandosi alla finestra, saltando prima sul mobiletto rosso Ikea, unico punto di colore – piccolo come i nei delle coccinelle che all’improvviso hanno invaso la spiaggia.
Un giorno Camille resta incinta, una compagna di scuola ignorata dal suo gruppetto le rivela – mentendo – che ad aspettare un bimbo sono in due, le offre da bere, e le amiche di lei s’ingelosiscono.
Il passaggio dalla giostra dove le ragazze se ne stanno appollaiate alla coda in farmarcia per il test di gravidanza è breve, e le teen mom si confidano la gioia di avere, nascosto sotto il loro ombelico, qualcuno che le amerà sempre, incondizionatamente. E perché no?
In questa pellicola i genitori paiono semplici coinquilini; i fratelli – quando ci sono – fotografano scimmie in giro per il mondo à la Amélie Poulain; i ragazzi si dondolano ebeti alle feste, vengono pagati alla porta del bagno del liceo per fare sesso, baciano, una dopo l’altra, ragazze che hanno messo incinta con sguardo pacifico, lontanissimi dalla consapevolezza fisica, ancor prima che morale, di essere i papà di qualcuno. E nessuno pretende che lo siano.
Sono sole Julia, Florence, Flavie e Clémentine quando la sonda della ginecologa accarezza i loro pancioni, sole pure quando arrivano le doglie e quando da quelle pance inesperte un bambino decide di non uscire – quello di Camille, che partendo lascia le sue ingenue seguaci sulla solita giostra, intontite dalla fila di passeggini di fronte a loro, quasi come se fosse una fila d’alberi, presenti lì da sempre, cresciuti davanti ai loro occhi ma da loro indipendenti. La bolla screziata che le amiche avevano creato attorno a loro è scoppiata, lasciando l’acqua e il sapone per terra, e una volta scivolate ci si chiede: come ci siamo ritrovate qui?
Non dico che le sorelle Coulin ci abbiano raccontato una storia dove si decide di far nascere un bambino in uno schiocco di dita, su imitazione di una particolare compagna di classe, con la stessa leggerezza con la quale si sceglie di comprare – perché l’ha una certa persona – la Smemoranda con la mela blu piuttosto che rosa; e non so cosa facciano adesso in quella piccola città di pescatori le ragazze sulle quali la storia è basata, ma in novanta minuti mi è sembrato che altri temi – pur citati dai critici – come la guerra alle istituzioni, la rivolta nei confronti dei genitori, o l’emancipazione femminile, siano stati soltanto accennati.
Ricorda alla fine Rimbaud dalla sua piccola foto sul muro della cameretta di Camille: “Non si può essere seri a diciassette anni”, e forse è semplicemente questo che le sorelle Coulin hanno voluto raccontarci.

Natalia La Terza

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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