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Il luogotenente del Niente.

C’è un tratto che accomuna tutte le “cose” che possiamo incontrare nella realtà: che esse sono. Con un termine tecnico, definiamo le cose-che-sono enti. Il termine ente deriva dal greco to on, ricalcato dal latino ens. Ens è il participio del verbo esse, essere. In altre parole, l’ente è ciò che partecipa dell’azione espressa dal verbo essere.

Partecipare dell’essere vuol dire attuare l’essere in un determinato ambito della realtà. Come è evidente, non tutti gli enti sono uguali. Vero è che, per definizione, tutti sono, eppure l’ente cane è banalmente diverso dall’ente passata di pomodoro. Perché?

La risposta sta nell’essenza di tali enti. È l’essenza a fare in modo che il possesso dell’essere da parte dell’ente venga attuato in un ambito, ripeto, ben preciso. L’essenza “caninità” fa sì che l’ente cane esprima determinate proprietà, caratteristiche in un’ appropriata circostanza della realtà. La differenza tra l’essenza del cane e quella della passata di pomodoro si traduce, dunque, in un possesso di proprietà diverse, cosicché non si abbia il caso di una passata che abbai al postino e ululi alla luna (e men che mai di una passata di pomodoro pelosa, o peggio scodinzolante; Dio ce ne scampi).

Insomma: tutti gli enti partecipano dell’essere e sono dunque accomunati da questo tratto centrale (una proprietà ontologica, diremo), d’altra parte si esprimono in maniera differente, a seconda della loro essenza. Banalmente, diremo che tali enti esistono in modi diversi, laddove per esistenza si intende l’avere-da-essere dell’ente.

Prendiamo ora in esame l’uomo.

Siamo in grado di definire l’essenza dell’uomo? Con difficoltà. Possiamo provare elencando le caratteristiche biologiche dell’essere umano (mammifero, bipede, pochi peli, dotato di pollice opponibile . . .), eppure una simile catalogazione non renderebbe mai ragione della complessità della vita umana. Potremmo allora includere nella nostra lista attributi quali la razionalità, il possesso del linguaggio e via discorrendo. Peccato che un simile approccio sia davvero anti-economico, nel senso che ci richiede un notevole dispendio di energie e ci lascia, alla fine delle nostre fatiche, con un senso di insoddisfazione, come se avessimo dimenticato di menzionare qualcosa. L’uomo è sempre qualcosina di più.

Nel caso di una pietra possiamo banalmente analizzare la composizione chimica di tale minerale, rilevarne le proprietà fisiche e stabilire una classificazione corretta. Nel caso degli animali, la biologia tassonomica sembra funzionare a dovere. Nel caso dell’essere umano, mannaggia, questi trucchi non funzionano.

Martin Heidegger (lo cito spesso, è vero, ma vi garantisco che è un gigante del pensiero occidentale) ebbe un’intuizione che venne poi ben recepita dal cosiddetto esistenzialismo: l’uomo non ha un’essenza predeterminata. Ecco perché non riusciamo a classificarlo. L’unico tratto essenziale dell’uomo è che esiste, attua l’essere nel suo agire. In altri termini, come leggiamo nel capolavoro Essere e tempo«l’essenza dell’esserci consiste nella sua esistenza (1) ». Per esserci, Heidegger intende proprio l’uomo stesso. Lo chiama così per mettere in evidenza proprio quell’atteggiamento proprio dell’essere umano di essere ancorato ad uno spazio e un tempo ben preciso, nel quale esistere agendo come meglio crede. Secondo una tale prospettiva, in sintesi, non esitono uomini buoni o cattivi, ma uomini che si esprimono agendo bene o male e che, dunque, non hanno “scuse”: chi commette un crimine non può giustificarsi asserendo di essere “cattivo per natura”. Una cosa del genere banalmente non funziona. L’uomo non ha essenza, non ha radici, non ha delle “impostazioni di sistema” che lo costringono. L’uomo è libero.

Dove si radica tale libertà? Nel Niente. Già proprio nel Niente.

Qual’è l’essenza dell’uomo? Il nulla. L’uomo ha un’essenza? No. Cosa caratterizza l’uomo? Il Niente. Non cogliete questa affermazione in senso distruttivo. Il Niente è qualcosa. È il non-ente, certo, ma come vi segnalavo la volta scorsa il Niente è. O meglio, il Niente è espressione della purezza originaria dell’essere.

Proprio perché l’uomo affonda le sue radici nella purezza dell’essere (nel Niente, dunque (2) ) esso è così sensibile all’angoscia (che ricorderete, la volta scorsa avevamo definito come paura del Niente e di Nessuno, appunto).

Non ve lo auguro, d’altra parte, la prossima volta che vi capiterà di essere presi dall’angoscia fermatevi a riflettere: l’angoscia morde, fa male, è vero. Eppure è anche la prova più certa e tangibile della nostra Libertà.


Giulio Valerio Sansone




(1) M. Heidegger, Essere e tempo, traduzione italiana di P. Chiodi, Milano 2005, pagina 60. 
(2)  In tal senso, Heidegger definì l’uomo luogotenente del Niente. Suona bene, no?

About Giulio Valerio Sansone

Giulio Valerio Sansone
Triennale in Filosofia a Roma, studente di Economia dell'Innovazione a Milano. Orgogliosamente parte della ciurma di Polinice dai suoi gloriosi albori. Vi fracassa le scatole un mercoledì ogni quattro.

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