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ABC Architettura Biennale Chipperfield


Alla festa non mancava nessuno. David Chipperfield, intraprendendo la strada diplomaticamente meno rischiosa, esce da questa Biennale “politicamente illeso”. Si perché, se vi è mai capitato di organizzare una festa, saprete benissimo che il bilancio è in partenza condizionato dalla lista degli invitati e di conseguenza da quella degli esclusi. Avremo feste di soli amici, feste all’insegna delle pubbliche relazioni e poi avremo feste, come la Biennale 2012, che non rinunciano né alla prima né alla seconda strategia: 
“Calm and thoughtful versus glamorous baubles – Chipperfield seems to want to have both”[1].
Te ne rendi conto in particolar modo quando nel mezzo del cammin dell’Arsenale incontri prima una “personale” sulla carriera di Hans Kollhoff, apprezzo qui l’onesta intellettuale di Chipperfield nel chiamare un collega stimato da sempre offrendogli uno spazio personalissimo che possiamo ritenere del tutto svincolato dal main theme 2012 “Common Ground”, poi qualche sala più in là trovi i soliti H&dM, Hadid e Piano a fare da specchietti per le allodole e per il grande pubblico accorso da ogni dove, d’altronde oggi come sempre l’architettura è uno strumento economico prima di tutto.
Insomma delle due strategie salverei solo la prima, coerente, onesta e meno supina alle leggi del mercato, ma devo riconoscere che i premi di questa Biennale sono stati ineccepibili, ed allora sono pronto a scommettere che è proprio lì che aveva previsto di lasciare lo zampino David Chipperfield, curatore 2012, uno dei più validi architetti dell’odierna scena internazionale. 
Infatti li sottoscriverei tutti, questi ambiti leoncini d’oro e d’argento: Leone d’oro 2012 va a Urban-Think Thank e Justin McGuirk per il progetto Gran Horizonte, ricerca sull’occupazione della Torre David di Caracas;  Leone d’argento, per lo studio più promettente, assegnato a Shelley McNamara e Yvonne Farrel di Grafton Architects(curioso definirle ancora promettenti .. );  lo straordinario Giappone, guidato e curato da Toyo Ito, miglior partecipazione nazionale; tre menzioni speciali a Polonia, Russia (su queste due ho le mie perplessità) e Stati Uniti, a mio modo di vedere veramente eccezionali; riceve una menzione speciale anche Cino Zucchi, probabilmente individuato come esempio guida per l’architetto italiano medio di oggi, pensate come ci siamo ridotti; ed infine il Leone d’oro alla carriera ad Álvaro Joaquim de Melo Siza Vieira, meglio noto come Álvaro Siza, portoghese classe 33, maestro sempiterno della nostra architettura.
Quindi se per gli invitati la festa poteva sembrare veramente glamour, i premi hanno dimostrato che un segnale chiaro Chipperfield & Co. l’hanno voluto lasciare, come ha scritto Raymund Ryan in riferimento al vincitore del Leone d’oro: “This informal or ad-hoc project epitomises a pervasive feeling at Venice that the stararchitect moment has passed”[2].
Dopo aver fatto i conti con i premi ufficiali (che qui di seguito non tratterò nuovamente), è ora di dare voce alla base e di lasciare in ordine sparso alcune suggestioni recepite durante il tour de forcein laguna:
Di grande impatto le foto di Thomas Struth che accompagnano il visitatore lungo tutto il percorso in Arsenale; doveroso e commovente nella sua semplice immediatezza l’omaggio a Luigi Snozzi (non è morto ma è ancora troppo poco conosciuto); felice l’installazione di Anupama Kundoo e la sua casa indiana; impeccabile Valerio Olgiati, e come allestimento e come contenuto; incoraggiante il lavoro di 13178 Moran Street su di una casa in stato di abbandono a Detroit; sempre in Arsenale promosse tra le partecipazioni nazionali Perù e Argentina, i primi con le loro unità d’abitazione in argilla, esposte per mezzo di modelli autentici pregevolissimi, sono stati i miei vincitori assoluti, i secondi prima vanno sul sicuro con un allestimento di Clorindo Testa, poi sorprendono in chiusura con una rivendicazione architettonica e quindi culturale delle islas Malvinas. Peccato per il Padiglione italiano ancora una volta non all’altezza (si salva solo il lavoro di OSA in apertura), e costretto a tornare su temi arcinoti come Olivetti e l’Olivettismo.
Padiglione brasiliano, Lucio Costa, Riposatevi, 1964 & 2012
Ai Giardini promossi i padiglioni nazionali di Belgio, Finlandia, Danimarca, Brasile, Serbia ed Austria (gli ultimi due dimostrano come la qualità estetica, anche in assenza di contenuti determinanti, rappresenti in architettura un aspetto imprescindibile). Convincenti nel Padiglione Centrale i lavori di Eisenman & Co. sul Campo Marzio, il coraggioso studio esegetico sul proprio operato di Toshiko Mori, Crimson Architectural Historians sulla mutazione d’intenti delle città di nuova fondazione dal secondo dopo guerra ad oggi, ed infine Steve Parnell sull’importanza delle riviste d’architettura. 

La Biennale si conferma occasione preziosa per raccogliere provocazioni e punti di vista alternativi alla nostra quotidianità, Chipperfield sul suo fertile Common Ground ha ben seminato, a noi ora l’ardua mietitura.

Jacopo Costanzo [3]



[1]  Raymund Ryan, “EMPIRICAL AFFINITIES”, AR, 1388, (October 2012), pp.102 e 103.
[2]  Ivi. pp.102 e 103
[3]  Uno speciale ringraziamento a Luca e Paolo

About Jacopo Costanzo

Jacopo Costanzo
Cofondatore di Polinice e del Warehouse of Architecture and Research_ warehousearchitecture.org

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