Home / Filosofia / La sentenza dell’Aquila tra scienza e politica

La sentenza dell’Aquila tra scienza e politica

Oggi, contrariamente a quanto sono solito fare, vorrei pesare le parole.

Non nascondo di essere rimasto colpito dalla sentenza ieri emessa nei confronti dei sette componenti della «Commissione Grandi Rischi», ritenuti colpevoli di omicidio colposo. Certamente a causa della gravità della pena che il giudice Marco Billi ha voluto comminare, sei anni di carcere, ma non solo. Il dibattito e la forte reazione del mondo scientifico mondiale hanno attirato l’attenzione di un’enorme fetta dell’opinione pubblica e, in ultimo luogo, anche la mia. Non posso negare, in tal senso, un coinvolgimento personale, essendo la famiglia di mio padre residente nella provincia dell’Aquila da generazioni.

Sarà chiaro, a questo punto, che il tema odierno sia proprio tale sentenza. Questa rubrica, d’altra parte, si occupa di tematiche filosofiche e, per quanto possibile, scientifiche. Non mi lancerò dunque in una disamina dei fatti che esulerebbe dalle mie competenze, tantomeno nel solito – e francamente stucchevole – “processo al processo”. In uno stato di diritto, è buona norma non commentare le sentenze, tanto più quando le relative motivazioni non sono ancora state rese di pubblico dominio. Mi atterrò a tale principio.

Entro nel merito.

Tra i più grandi teorici delle cosiddette scienze sociali, troviamo Max Weber. Nel suo saggio del 1904, «Il metodo delle scienze storico-sociali», il Nostro analizzò lucidamente la differenza tra fatti e valori.

Lo scienziato studia i fatti, è chiaro. D’altra parte, riconosce Weber, il numero dei fatti, dei fenomeni è pressoché infinito. L’uomo di scienza è dunque sempre costretto ad operare una selezione. Quali fatti osservare? Ecco il punto. Ciascuno procede tenendo in considerazione i propri interessi. Un sociologo studierà le dinamiche sociali, un economista quelle economiche. È palese.

Alla base delle scienze sociali c’è dunque una restrizione dell’oggetto di studio, un giudizio di valore, a tutti gli effetti. Tale giudizio di valore si limita banalmente a rispondere alla domanda «Quali fatti ritengo, io uomo accademico, degni del mio interesse?». Le scienze sociali non si fondano sugli oggetti, ma sulle scelte del soggetto. Operata tale scelta, però, la situazione si ribalta. Il soggetto passa in secondo piano e si procede ad una fredda analisi degli oggetti. 

In tal senso, Weber giunge a parlare di avalutatività delle scienze sociali. Lo scienziato non è in grado di valutare i fatti, si limita ad attestarli con obiettività. L’opzione di valore avviene, una volta per tutte, all’inizio del cammino di ricerca. Reiterarla trasformerebbe la scienza in ideologia. Lo scienziato non prende decisioni: il laboratorio non è una stanza dei bottoni, non è la situation room  della Casa Bianca. Questo dovrebbe essere – spero – chiaro.

Ma se lo scienziato non prende, per definizione (!) decisioni, come può essere considerato responsabile di decisioni non sue?

A chi spetta dunque utilizzare i dati forniti dalla ricerca scientifica? Chi ha il dovere di prende decisioni? L’uomo politico. È il mondo della politica, ci dice Weber, ad esser fatto di  valori, di idee. La ricerca scientifica fornisce ai governanti delle mere risorse da poter utilizzare per mettere in atto le proprie convinzioni con cognizione di causa.

Veniamo così al tema del giorno: i sette membri della «Commissione Grandi Rischi»  sono geofisici, non scienziati sociali, questo è chiaro. D’altra parte il discorso di Weber ben si adatta al loro caso. Le indagini dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV) sono a tutti gli effetti un instrumentum regni. In un mondo sempre più tecnicizzato, è più che doveroso aspettarsi una sinergia tra la politica e le scienze non solo sociali, ma anche naturali.

Ecco, temo che qualora la sentenza emessa ieri dovesse passare in giudicato, tale sinergia verrebbe obliterata. I tecnici dell’INGV non hanno preso decisioni, hanno espresso un giudizio di fatto. Un giudizio scioccamente ingenuo, certo (se, come insistentemente si ripete in queste ore, i terremoti non possono essere previsti, perché non si sono astenuti dall’esprimersi davanti alla popolazione civile?), ma pur sempre un giudizio di fatto, non di valore, non una decisione.

Ribadisco: non commento una sentenza le cui motivazioni sono ad oggi ignote. Non ne sarei peraltro capace. Ciò nonostante, mi domando per quale ragione ignorare completamente le più banali basi di epistemologia. Temo per mascherare le responsabilità di un mondo politico incompetente, colpevole di aver avallato la costruzione di un ospedale (il San Salvatore) costruito con materiali scadenti (sabbia) ad un prezzo nove volte (!) superiore a quanto sarebbe stato lecito aspettarsi. Un ospedale poi crollato come un castello di carte durante il sisma. E solo per citare un celebre esempio.
Concludo: ogni anno, Transparency International stila una classifica dei paesi con il più alto grado di corruzione (il Corruption Perception Index). Per l’anno 2011, l’Italia è al sessantanovesimo posto, al pari col Ghana e dopo Slovacchia e Montenegro. Temo, ma è un’idea di personaggi ben più autorevoli del sottoscritto, che tale dato sia drammaticamente interrelato con il numero di vittime che nel nostro paese si riportano a fronte di terremoti di entità anche media. Qui la scienza c’entra poco.


Giulio Valerio Sansone

About Giulio Valerio Sansone

Giulio Valerio Sansone
Triennale in Filosofia a Roma, studente di Economia dell'Innovazione a Milano. Orgogliosamente parte della ciurma di Polinice dai suoi gloriosi albori. Vi fracassa le scatole un mercoledì ogni quattro.

Check Also

Marcuse 2.0

Marcuse parlava di «Uomo ad una dimensione». Oggi ha ancora senso? Forse no.