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Quasi Reali

Il campo semantico della parola “realtà” coincide con il campo da gioco dell’ultimo film di Garrone. Questo parco è percorso da diversi sentieri che conducono a giostre differenti. La prima che incontriamo è rappresentata dal titolo che è la traduzione in inglese della parola stessa e, da più di dieci anni, la definizione di un format televisivo. Uno degli attori principali di questa storia è proprio l’antico patriarca del genere: il Grande Fratello. Insieme all’ex presidente del consiglio, il programma di canale cinque ha costituito il più lampante esempio del detto “bene o male purché se ne parli” dell’Italia degli ultimi anni. La critica è stata parte costitutiva e, secondo alcuni, persino motore del fenomeno (osservazione innegabile se riportata per esempio alla satira della Gialappa’s Band) e la parola “reality” è sostanzialmente nata abortita, falsa non appena è stata coniata. La pretesa di essere una non-finzione ha condotto il format a diventare la finzione per antonomasia, tanto più stigmatizzata quanto più era presente l’intenzione ipocrita. Il passo da “realtà” a “Reality” è già una traduzione-tradimento che esprime un concetto e la sua negazione allo stesso tempo.
Questo filo di pensieri ci conduce alla seconda giostra che della prima è uno specchio. Un regista italiano che racconta la vita dei meno fortunati non può esimersi dal confronto con la più celebrata corrente cinematografica del nostro paese, soprattutto se ne porta la radice nel titolo. Abbiamo un pescivendolo napoletano, con una famiglia numerosa a carico, che tira a campare sperando nell’occasione della vita che lo riscatti da quest’esistenza. Il quadro neorealista qui accennato viene però confuso da un altro grande momento della settima arte italiana: il cinema onirico di Fellini. Garrone ha ammesso l’omaggio che scorre sia nei piccoli particolari (le donne grasse, Cinecittà), sia nelle scelte tecniche (lunghi piani sequenza descrittivi), sia in vere e proprie scene impastate di sogno (l’iniziale e la finale per esempio). Ma è soprattutto un’atmosfera generale che spariglia le carte in tavola del presunto racconto neorealista.
La maggior parte della storia si svolge in due ambienti: la piazza e la casa.
La piazza è il luogo di lavoro del protagonista. Questo spazio chiuso al traffico è un’isola di familiarità senza tempo in cui la socialità diventa pervasiva: è qui che il protagonista è veramente osservato e qui subirà per la prima volta il peso negativo di questa condizione. Qui il Grande Fratello ricercato e ammirato del programma televisivo si trasforma nell’incubo totalitario e invadente del romanzo di Orwell. Sulle stesse premesse è costruita la casa: un edificio antico in cui più famiglie numerose vivono fianco e a fianco condividendo gioie e sofferenze. Questa realtà somiglia tanto ad un set teatrale.
Benché stiamo raccontando una storia di povertà, entrambi gli scenari sono assai distanti dai palazzi caserma terrificanti di Gomorra. Molti benestanti pagherebbero bene per vivere lì. Le borgate, le vecchie case popolari sono state scacciate dall’immaginario di povertà, respinta ai margini delle metropoli nelle periferie fatte d’acciaio. I personaggi di Garrone sembrano incarnare un modo di essere poveri che non esiste più. Questo ci conduce alla terza e ultima giostra del parco: realtà come scontro tra realtà. C’è una modernità che tira degli assalti allo stile di vita tradizionale tramite i “robottini” che i protagonisti maneggiano solamente senza mai possedere, all’interno di una truffa assicurativa che impone di non toccare l’oggetto totem della modernità tecnologica e obsoleta. Tramite i centri commerciali e gli acquapark che sono le fughe dalla quotidianità dove appare per la prima volta l’esercito del generale del mondo contemporaneo: la televisione. Il generale avversario è ovviamente la più potente delle forze tradizionali: la religione. Dio come doppio del Grande Fratello è un gioco facile che, sapientemente, Garrone sceglie di non approfondire ma di tratteggiarne i confini.
Il film non ci dice come finisce questa battaglia, tronca la sceneggiatura e affresca una tela in cui le forze in campo, verità e finzione, vecchio e nuovo, più che fronteggiarsi si incastrano l’una sopra l’altra, lasciando allo spettatore (ennesimo e supremo osservatore) la libertà di prendere partito o di siglare il tutto con una risata amara, come già fece Noodles tanto tempo fa.

Alessandro Lolli

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Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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