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Monografia Dead Can Dance (1984-1988)

Ci sarebbe tanto da dire, sui Dead Can Dance. Molte, troppe sono le parole che dovrebbero essere spese per un progetto, chè denominarlo gruppo risulterebbe fuorviante e mai come in questo caso riduttivo, che, a cavallo tra gli anni Ottanta e i primi Novanta, appena prima dello scioglimento, ha dato vita ad alcune delle più suggestive creazioni sonore degli ultimi trent’anni, sposando queste ultime con un’intelligenza e una lucidità compositiva e soprattutto concettuale di rara caratura.


Nato nel 1981 a Melbourne, Australia, e trapiantato, dopo la fugace esperienza punk dei The Scavengers, nella ridente terra d’albione alla corte della 4AD di Ivo-Watts Russell (sempre sia lodata), il nucleo dei Dead Can Dance è costituito da Brendan Perry, minuzioso arrangiatore dotato di una profonda ed evocativa voce baritonale, e Lisa Gerrard, suadente chanteause dall’estensione vocale impressionante, una delle più alte espressioni dell’ugola femminile nel decennio ottantiano e non solo. A Londra, i due iniziano a comporre materiale per i primi lavori, venendo influenzati preponderantemente dall’allora in voga darkwave di Joy Division e Siouxsie And The Banshees, assimilando sonorità che non tarderanno a palesarsi nell’omonimo disco d’esordio targato 1984. Se da una parte però il primo parto è ancora debitore di un chitarrismo effettato, tagliente, caro alla suddetta regina del movimento dark, e di un cantato di Perry ancora molto enfatizzato alla maniera iancurtisiana, dall’altro spiccano già elementi che caratterizzeranno i lavori successivi del gruppo, e che andranno man mano delineandosi ordinatamente nello snodarsi della loro non troppo estesa (7 album) ma significativa discografia successiva. L’esordio peraltro arriva solo un anno dopo la pubblicazione di Garlands, primogenito in casa Cocteau Twins, altro cavallo di battaglia della scuderia 4AD e col senno di poi di non minore importanza storica rispetto alla creatura del duo australiano. Se infatti il cantato onirico della Frazer e le atmosfere eteree e sognanti dei primi accompagneranno per mano qualsiasi genere successivo che presenti elementi, per così dire, dreamy, dal dream pop (che nasce proprio con loro) allo shoegaze, fino ad arrivare a certo post-rock, i secondi saranno i lucidi traghettatori del sound dark dai suoi albori di amoreggiamento in contesto rock allo sposalizio con suggestivi arrangiamenti da camera e con l’elettronica, gettando così i semi per la futura esistenza di progetti come i Lycia, Sam Rosenthal e i suoi Black Tape For A Blue Girl, ecc., arrivando inoltre, lato sempre meno noto del combo, nella seconda fase di carriera a contribuire alla nascita della world music grazie soprattutto agli ultimi lavori, intrisi di sonorità orientali e percussionismo tribale.


Dead Can Dance- S/t (1984)


Elementi caratterizzanti del sound successivo, dicevamo, di cui il disco d’esordio fa bello sfoggio tra i solchi di un chitarrismo mutuato dalla darkwave che verrà presto abbandonato in favore di maestosi tappeti di synth, di eleganti guizzi d’archi, di ottoni, e più tardi di evocativi strumenti etnici, e tra i quali spiccano evidenti richiami a percussività tribali, echi sonori dal sapore di epoche antiche, e una generale atmosfera di meditazione intrisa di spiritualità. Il disco in se’ è invero il meno originale del duo, ma non per questo risulta in alcun modo brutto o pesante; riesce anzi a tracciare una prima linea guida, un calderone pieno di elementi che verranno ripescati uno ad uno per andare a formare un attento ed ordinato mosaico di sonorità differenti. Spicca, su tutto, la ridondante ugola della Gerrard, capace con i suoi acuti gorgheggi di fornire suggestioni orientali anche senza l’ausilio di strumento alcuno.


Essendo pervenuti a degli elementi peculiari che caratterizzano questa prima uscita dei Dead Can Dance, si può procedere, previo ascolto più o meno attento, ad una più accurata disserzione dei loro parti successivi, dai quali consiglio di partire per apprezzare a pieno la proposta del duo che, per quanto sperimentale sia, ha il miracoloso e raro pregio di essere accessibile fin da subito a chiunque vi apponga l’orecchio grazie all’intensità e alla bellezza cristallina degli arrangiamenti e delle splendide voci dei suoi creatori, le quali immergono immediatamente l’ascoltatore in un clima di estrema suggestività. Ognuno degli aspetti sopraelencati troverà, dopo la svolta dell’85 che andremo a vedere a breve, uno sfogo preciso in uno dei successivi dischi, lasciando come minimo comun denominatore l’elemento meditativo, ancora sposato con il gusto gotico fino all’87, più orientato verso una spiccata spiritualità religiosa a partire dall’anno successivo, fino ad arrivare al lavoro concettualmente più maturo, dove la spiritualità si trasformerà quasi in trance, gli echi di suggestioni etniche si faranno sempre più tangibili e i contatti con il rock saranno ormai un pallidissimo ricordo.


La svolta avviene con il secondo disco:


Dead Can Dance- Spleen And Ideal (1985)


Prendendo in prestito il suggestivo titolo dal buon vecchio Baudelaire, Perry attua un sostanziale cambiamento di fondo, facendo uscire di scena quasi del tutto la chitarra per puntare prevalentemente su minuziosi arrangiamenti di sintetizzatori, archi e fiati accompagnati da ipnotici giri di basso, in cui la maestosità e la bellezza prevalgono sulla sempre insidiosa incombenza di eventuali barocchismi, che la voce della Gerrard concorre a scacciare del tutto firmando, tra tribalismi ed echi d’oriente, alcuni dei suoi primi capolavori. Spicca tra tutte Enigma Of The Absolute, forse il pezzo più bello in assoluto di Perry, in cui l’entrata in scena delle viole è lettaralmente da brividi e lascia presagire un roseo futuro da direttore d’orchestre per il Nostro. Ai neofiti è altamente consigliata la partenza da questo o eventualmente dal disco successivo. Ovvero la sublimazione del dark da camera:



Dead Can Dance- Within The Realm Of A Dying Sun (1987)


Per chi scrive si tratta senza dubbio non solo del miglior parto degli australiani, ma di un disco da isola deserta, da top-20, o rymerie varie ed eventuali. Una delle migliori copertine di sempre introduce gli otto pezzi di questo Within The Realm Of A Dying Sun, delineando visivamente una sfumatura dall’inequivocabile sapore ancora fortemente ancorato a una sensibilità gothic. All’interno del disco, che trova la perfezione formale degli arrangiamenti da camera di Perry, i due si spartiscono equamente quattro pezzi ciascuno, creando così un’ideale linea di demarcazione tra le sublimi orchestrazioni riecheggianti epoche lontane e la voce profonda di Brendan e gli inarrivabili gorgheggi della Gerrard. Non nascondo di aver sempre provato una forte preferenza per la prima personalità elencata, che continuo a ritenere uno dei compositori più evocativi che conosca, tant’è che bastano le prime due note di synth di Anywhere Out Of The World, magari condite da una giusta atmosfera, a catapultare l’ascoltatore in una camera buia illuminata solo dalla fioca luce di una candela. Tutto l’album si mantiene su livelli paurosi, e se per il lato perryco ho segnalato implicitamente l’immediata suddetta come irrimediabile favorita, è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare e riconoscere che Cantara, con la sua improvvisa accelerazione ritmica accompagnata dall’urgenza espressiva di Lisa, non è certamente da meno. Se dovete ascoltare un solo disco dei DCD, che sia questo.


Il quarto disco è l’accentuazione del lato più meditativo e spirituale del sound in favore di un accantonamento delle sonorità gotiche e di una certa ridondanza (termine da prendere comunque con le pinze) degli arrangiamenti:


Dead Can Dance – The Serpent’s Egg (1988)


Come accennato, gli arrangiamenti del precedente disco vengono “tagliuzzati” e assumono una forma sostanzialmente più minimale per lasciar spazio alla meditazione, ad un’atmosfera di spiritualità religiosa che mette in risalto ed amplifica all’infinito le doti canore della Gerrard, vera protagonista del disco ed eufemisticamente immensa nel celestiale capolavoro The Host Of Seraphim, una beata ascesa al paradiso che si va a piazzare dritta dritta tra i pezzi migliori del duo e che per quanto mi riguarda vale da sola tutto il disco. Da segnalare anche il trip da candida rosa di Severance e la splendida ballata onirica di Ulyses, con un’introduzione che sembra uscita direttamente da Treasure dei fratellini Cocteau Twins, ambedue firmati da Perry. A mio modesto parere non il miglior lavoro del gruppo come molti ritengono, ma sicuramente un disco da gustare profondamente munendosi di cuffie ed opportuni occhi chiusi.


Michelangelo Meneghini

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