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New Order: gli ex-Joy Division che conquistarono le classifiche


Staccato dal soffitto e sotterrato Curtis, i rimanenti membri degli allora Joy Division si ripromettono di onorare il patto stipulato qualche tempo prima secondo il quale, a seguito di un’eventuale dipartita di uno dei componenti del gruppo, i superstiti (in arte o in vita) avrebbero cambiato nome alla band. Così, dopo aver reclutato la giovane tastierista Gillian Gilbert e aver affidato il cantato al chitarrista Bernard Sumner, nascono i New Order, sorta appunto di part two della compagine che tanti brividi lungo la schiena regalò  ai propri fan con i due eccelsi Unknown Pleasures e Closer. I New Order  si distaccheranno presto dal ricordo di quei due dischi grazie all’aggiunta di componenti sonore che, se da una parte desteranno scalpore e sdegno da parte dei fan della prima ora, viceversa porteranno gli ascoltatori più smaliziati a godere di gemme sonore di notevole caratura e intensità. Dopo aver dato alle stampe il primo lp, Movement (1981), tentativo di ricalcare le sonorità precedentemente affrontate insieme al timbro oltretombale di Curtis, i Nostri si lanciano con trasporto in un nuovo cammino stilistico, sposando le sonorità synthetiche in voga all’epoca e lasciandosi ammaliare dai Kraftwerk, ma senza rinunciare alla propria vena malinconica e alle velleità poppeggianti, sposando così il vecchio e il nuovo in una miscela sonora che caratterizzerà i dischi successivi, per un sound che tanto insegnerà ai Cure del secondo periodo e a molti giovani revivalisti dei decenni a venire:

Power, Corruption & Lies (1983)

Prima testimonianza della svolta stilistica di cui sopra, e per quanto l’album in questione sia quasi unanimemente riconosciuto come masterpiece dell’ensemble inglese, personalmente lo ritengo ancora un esperimento acerbo in termini della dicotomia sonora che è alla base del nuovo sound, in quanto i pezzi maggiormente riusciti risultano quelli più scevri di tastiere (Age Of Consent, Leave Me Alone), mentre le prove propriamente elettroniche risultano incerte e vieppiù statiche. Nell’economia globale del lavoro si avverte ad ogni modo un notevole cambiamento anche nel mood che permea i brani, non più incentrati sul camposanto vocale di Curtis ma sulla vena romantica di Sumner, che col tempo andrà ad impreziosire sempre più le architetture compositive del gruppo. 5-8-6 funge da apripista per la celebre Blue Monday, l’esempio più celebre della direzione disco intrapresa. Il pezzo schizzerà molto  in alto nelle classifiche, arrivando a divenire il 12” più venduto di sempre.

Low-Life (1985)

Secondo tentativo di fusione tra drum machine e pelli, limpide chitarre e algide tastiere. Il sound, pur con qualche titubanza dovuta a divergenze compositive che stentano a venirsi incontro e ad abbracciarsi, inizia timidamente ad azzimarsi e ad amalgamarsi in affreschi pop di squisita bellezza (The Perfect Kiss, Sooner Than You Think), pur rimanendo fortemente ancorato a reminiscenze atmosferiche dal sapore gothic (Elegia) e a strutture post-punk (Sunrise), che ad ogni modo, stemperate dal tragico che fu in un clima dolcemente malinconico, risultano sempre gradevoli e contribuiscono a donare e a mantenere per tutta la durata del disco un ottimo livello qualitativo, oltre che a donare a Low-Life quell’aura di sunto paradigmatico per ciò che concerne le varie tendenze stilistiche, passate e presenti, del sound neworderiano.


Technique
(1989)

In piena Madchester e dopo aver iniziato ad assimilare un notevole quantitativo di droghe, Sumner e Hook licenziano quello che è a mio avviso il lavoro della maturità, dove la vena pop del gruppo, complice anche una produzione più raffinata, giunge al proprio zenit e regala una pletora di pezzi da novanta, riuscendo in parte ad abbattere finalmente anche quelle barriere erette tra le due anime stilistiche rimarcate poc’anzi e a fondere in salsa nostalgica e futuristica perle quali All The Way, Love Less, Round&Round e Guilty Partner, in cui la chitarra cristallina di Sumner e il rampante basso di Hook si sposano alla perfezione con le atmosferiche tastiere della Gilbert, che riescono a donare quel quid in più ai pezzi senza mai invadere eccessivamente o peccare di tracotanza. L’intro del disco testimonia inoltre l’apertura del gruppo a sonorità acid house in voga nel periodo, di cui tra gli altri iniziano a farsi portadabandiera durante la nuova “Summer of love”.

Michelangelo Meneghini

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