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Relazioni pericolose


 
Si decide di scrivere a quattro mani quando temi che le tue due, sole, possano non riuscire nell’intento di comunicare una frustrazione profonda, e allo stesso tempo di omaggiare un grande che ci lascia. Gino Marotta si è spento il 16 novembre e con lui scompare un pezzo fondante della nostra cultura artistica e non solo dal secondo dopo guerra ad oggi, e l’informazione inesorabilmente tace. 
Il mio amico Giovanni, animato dalla sua abituale fiducia nel prossimo, ha tentato di compiere una semplicissima ricerca, che ci offre uno spaccato inequivocabile sul livello del dibattito odierno nel web. Digitando “marotta” sul motore di ricerca del suo pc, ha ben presto appreso che in Italia l’unico Marotta pare sia il Giuseppe direttore sportivo della Juventus. Insomma di Marotta, Gino, non pervengono notizie adeguate, un oblio immeritato e scandaloso. 
Eppure Gino – “ Sono partito a tredici anni da Campobasso su un camion di patate perché volevo andare a vedere i quadri di de Chirico”[1]– l’oblio nella sua vita lo ha sconfitto eccome. E con 1000 lire, donategli proprio da de Chirico durante la sua prima visita nello studio del Maestro, ha  iniziato un’ascesa che lo ha visto arrivare ad esporre fino al Louvre. 
Giulio Turcato, Fabio Mauri, Mimmo Rotella, Achille Perilli, Gastone Novelli, Piero Dorazio, Pietro Cascella, Tano Festa, compagni di strada nel gruppo CRACK, ma anche Cy Twombly, Rauschenberg – “Stava tutti i giorni tra casa di Fabio Mauri e casa mia”[2]-, Leo Castelli, Emilio Villa, Giuseppe Ungaretti, Carmelo Bene, tutti legati a Gino Marotta, tutti partecipi di una stagione culturale, romana in particolar modo, di straordinaria fecondità, tutti o quasi, oggi, pericolosamente sconosciuti.
Per non parlare del rapporto importante con tre straordinari architetti dell’epoca, un podio eccezionale, Moretti, Ponti e Scarpa. Illuminante, per cogliere una contaminazione continua che animava gli spiriti di questi artisti di primo ordine, è l’episodio con Giò Ponti: “Per esempio la questione del metacrilato: vaneggiavo delle cose, ma non sapevo dove sbattere le corna, ero giovane e povero, Giò Ponti invece alza il telefono e dice: “devi andare a Pomezia, da un signore che si chiama Guzzini” che non era ancora Guzzini”[3]
Insomma poco da aggiungere per comprendere il ruolo chiave di un artista che ha reso l’Italia, quell’Italia che molti vaneggiando dipingono assente dalla scena artistica mondiale durante gli ultimi cinquanta anni, e Roma soprattutto, un luogo di sperimentazione e d’avanguardia.
“Chi è quel giovane artista? Qualcuno, appena appreso che la maggior parte delle sculture aveva più di quarant’anni, ha commentato che sembravano invece concepite come antidoto all’odierna, cupa atmosfera di crisi. Un maestro ultrasettantenne è stato così vittima dell’anacronismo più raro, quello che scambia il passato per il presente; .. quello che tocca ai classici”[4].

Per comprendere il motivo che ha portato Gino Marotta a rappresentare un monumentale artista nel panorama contemporaneo, è essenziale individuare l’evoluzione che ha condotto il giovane artista ad eseguire, nell’età della maturità, le sue particolari e meravigliose sculture. Approdato a Roma nel 1948, conosce de Chirico, il grande metafisico, artista sempre amato, dal quale apprese che la pittura come qualunque forma di espressione artistica, non rappresenta un mestiere, ma qualcosa di più profondo: un modo di essere. Un altro incontro che segnerà il suo percorso artistico avviene con il grande maestro Alberto Burri, dal quale apprende l’amore per la materia, per i materiali. Dove Burri utilizza sacchi e plastica bruciata, Marotta si serve dello stagno e del piombo. All’inizio del suo percorso creativo, Marotta abbraccia quindi la mentalità di arte informale. Non viene curata la rappresentazione di un’immagine chiaramente identificabile al primo istante, ma è molto più importante la “metafisica” sensazione di disagio che scaturisce nell’osservatore, in seguito alla contemplazione di opere costituite da materiali industriali alternati al colore. 

Tra il 1963 e il 1965 l’artista sceglie di rappresentare le sue sensazioni in maniera differente. Vengono “sbloccate” le forme rigide, e viene data vita a una serie di sculture eseguite con materiali plastici ,trasparenti, in poliestere colorato, metacrilato o polimetilmetacrilato, organizzate secondo una struttura tridimensionale che richiamano il regno animale, vegetale e al mondo della natura in generale.
Molto importante la scelta dell’artista di utilizzare materiali trasparenti che compongono la figura organizzandosi in lamine plastiche tra loro perpendicolari e parallele, a dare una struttura tridimensionale all’opera. La trasparenza induce l’osservatore a vedere l’opera contestualizzata nell’ambiente circostante, a conferire una visione globale degli spazi, a coinvolgere l’osservatore nell’essenza dell’opera stessa.
A prima vista, tali sculture di Marotta, le quali caratterizzano il suo periodo più moderno, possono apparire allegre e divertenti. In realtà celano un forte sentimento di malinconia e nostalgia. L’utilizzo di materiali industriali, elevati allo scopo di rappresentare la natura in maniera così marcatamente sintetica e artificiale, provoca un sentimento di malinconia e nostalgia per l’autenticità e la bellezza dell’originale mondo naturale, dal quale l’uomo si allontana divenendo sempre più vittima della tecnologia di una società moderna. 

Il tema della solitudine umana sostenuta dal mito del Paradiso perduto, dalla nostalgia per un mondo migliore, è riscontrabile in quasi tutte le sue sculture.
 

Marotta non intende imitare la natura, ma “sostituirla”.

G.C & J.C             



[1] Gino Marotta, Relazioni Pericolose, catalogo della mostra (Roma, G.N.A.M., 6 ottobre 2012 > 27 gennaio 2013) Maretti Editore, p.159
[2] Ivi. p.160
[3] Ivi. p.161
[4] Ivi. p.11

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